Squarciassi tu i cieli e scendessi

Nel libro di Isaia, al capitolo 64, vogliamo leggere tutto il capitolo, dodici versi. E gloria a Dio.

«Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti, come il fuoco brucia i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua. Scendi per far conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e far tremare le nazioni davanti a te. Quando facesti cose tremende che non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi alla tua presenza. Dall'antichità nessuno aveva mai sentito, né orecchio udito, né occhio visto alcun Dio all'infuori di te, che agisce per chi spera in lui. Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia e si ricorda di te nelle tue vie. Ecco, tu ti sei adirato perché noi abbiamo peccato; in questo abbiamo continuato a lungo e abbiamo bisogno di essere salvati. Siamo tutti come una cosa impura, tutte le nostre opere di giustizia sono come un abito sporco; avvizziamo tutti come una foglia e le nostre iniquità ci portano via come il vento. Non c'è più alcuno che invochi il tuo nome, che si scuota per afferrarsi a te, perché tu ci hai nascosto la tua faccia e ci lasci consumare in balìa delle nostre iniquità.»

«Tuttavia, o Eterno, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci forma; noi tutti siamo opera delle tue mani. Non adirarti troppo, o Eterno, e non ricordarti dell'iniquità per sempre. Ecco, guarda, ti preghiamo: noi tutti siamo il tuo popolo. Le tue sante città sono diventate un deserto; Sion è diventata un deserto, Gerusalemme è una desolazione. Il nostro santo e magnifico tempio, dove i nostri padri ti celebrarono, è divenuto preda del fuoco, e tutte le nostre cose più care sono state devastate. Davanti a queste cose ti conterrai ancora, o Eterno? Tacerai e ci affliggerai ancora molto?» Amen.

Amen. Questo passo finisce con un punto interrogativo che Isaia, il profeta, si fa; però alza questa preghiera accorata. Tu lo senti quando leggi: è una richiesta che lui fa davanti a Dio. Lui che si trova in una situazione dove il popolo di Israele vive nel peccato, dove Israele, Gerusalemme vivono in una grande angoscia, e il grido del profeta si alza davanti a Dio.

E questo grido che noi leggiamo, «squarciassi tu i cieli e scendessi», è il grido che hanno fatto tanti uomini in tempi di distretta, quando hanno visto imperversare il peccato nelle loro città e hanno gridato a Dio citando proprio questo passo, che Dio poi ha risposto mandando un grande risveglio. Ma non viene da una semplice lettura: è un bisogno dell'anima che, come Isaia, sente di alzare questa preghiera al Signore. «Scendi», così lui dice, «scendi, Signore». Eppure lui aveva comunione con Dio.

Era il profeta che più ha scritto, insieme a Paolo, intorno alla profezia. Il profeta dove, se tu dovessi leggere o togliere il libro di Isaia dalla Bibbia, tu non sapresti più da dove è nato il mondo, chi l'ha governato, il carattere di Dio. Parla molto di Gesù, del suo sacrificio, del peccato, del ristoro, del risveglio. In questo libro questo profeta ha ricevuto molto, molto dal Signore, e tante volte dovremmo chiederci perché Dio ha dato così tanto a certi uomini.

Isaia era un uomo che ha conosciuto che cosa significa stare alla presenza di Dio, ma all'inizio del suo ministerio lui era il profeta del "guai a te": guai a te, guai a voi, guai al popolo, guai a tutti. Era sempre profezia. Ma poi, al capitolo 6 sempre di Isaia, leggiamo che quest'uomo si ritrova davanti alla presenza del Signore e vede il Signore seduto su un alto trono, dove gli angeli erano intorno al trono, gli angeli che si nascondevano la faccia e gridavano al Signore.

E quando Isaia ha avuto la visione del Signore seduto sul trono, allora la Scrittura dice: «Io dissi: "Ahimè, io sono perduto, perché sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; eppure i miei occhi hanno visto il re, l'Eterno degli eserciti"». Guai a tutti: lo possiamo dire quando non abbiamo conosciuto la morte del nostro io. Allora possiamo dire guai, puntare il dito contro gli altri, nonostante se io fossi un profeta. Ma davanti alla presenza di Dio quel guai è un guai a me, non più agli altri.

Perché Dio gli dice, gli fa vedere la luce dello Spirito Santo che, pur essendo un profeta, lui ha pensato: "Io sono un profeta del Signore, posso dire guai agli altri. Io sono un cristiano, posso dire guai agli altri?". Non credo. Ma quando un uomo vuol conoscere bene la sua natura, il suo cuore, allora deve stare davanti alla presenza di Dio. E il Signore, con un carbone infuocato acceso, gli tocca le labbra e gli purifica il cuore.

Da quel momento Isaia dice: "Manda me, Signore, se vuoi mandare qualcuno a portare il tuo messaggio". Perché Dio sceglie le persone che possono portare il messaggio, ma persone che si riconoscono, che hanno conosciuto la croce, che si sono piegate, che sono morte a se stesse, come Paolo ci insegna in Romani, nelle altre epistole: «Io sono morto con Cristo», «voi siete morti in Cristo». Così parlava questo profeta.

Tornando a Isaia, dice la Scrittura, che ci presenta questo passo in questa maniera: ricorda Dio e dice: "Ma quando hai fatto cose tremende, quando hai fatto prodigi, segni, miracoli, noi abbiamo assistito a queste cose, però oggi non vediamo più questa realtà". Dice la Scrittura che dall'antichità nessuno mai aveva sentito, né orecchio udito, né occhio visto un Dio come te che agisce. Questa parola mi è piaciuta stamattina: «che agisce per chi spera in lui». E la nostra speranza non deve essere spenta, ma deve essere viva, perché quando la nostra speranza è viva in Cristo, dice la Scrittura, Dio agisce.

E quella è la fede che muove il braccio del Signore. E Isaia ricorda questo, intorno a quello che Dio può fare. E poi dice: «Tu vai incontro a chi gode nel praticare la giustizia e si ricorda di te nelle tue vie». Dio viene incontro a chi pratica la giustizia, a chi cammina secondo i suoi comandamenti, nelle sue vie: Dio ti viene incontro. È un padre con sentimento eterno. Così ha fatto col figlio prodigo: lui gli è andato incontro, nonostante... Il figlio prodigo aveva deciso di confessare i suoi peccati al Padre.

«Tu ti sei adirato perché noi abbiamo peccato». E qui mi sono fermato un momento: perché noi abbiamo peccato. Isaia è coinvolto, si immedesima, come Daniele, come Davide, come l'apostolo Giovanni. "Se pure noi", dice Giovanni, "pecchiamo". Ma lui era l'apostolo dell'amore, era l'apostolo che in tarda età poteva parlare in questa maniera.

Quando questi uomini hanno detto "Noi abbiamo peccato", non "voi avete peccato", qui allora ci troviamo davanti a uomini che sono morti a se stessi e riconoscono, come Paolo dice chiaramente nella parola di Dio. Certo che questa parola è degna di essere nominata, perché Cristo è morto, perché Cristo è morto per me, per i miei peccati. E andare avanti e pensare che, quando tu ti riconosci e dici "noi", allora sei ancora consapevole che la grazia di Dio ti ha liberato dal peccato e che non ti esime dal confessare, come Isaia ha potuto parlare.

E dice la parola, in questo parla del peccato: «In questo abbiamo continuato a lungo e abbiamo bisogno di essere salvati». Cioè, nel peccare abbiamo continuato a lungo. Ma quand'è che uno continua a lungo e non viene liberato dal peccato? Quando non lo confessa. Quando uno non confessa il suo peccato, quel peccato rimane, perché così dice la Scrittura: chi confessa e abbandona, allora gli sarà perdonato.

Ma qui noi leggiamo che noi abbiamo peccato a lungo. Quando non c'è vero ravvedimento, il peccato rimane. Questa era la natura dei farisei, dei sacerdoti ai tempi di Gesù, degli scribi: non riconoscevano di essere peccatori. I farisei erano un popolo appartato, si definivano un popolo a parte, santificato, e quindi continuavano a peccare. E quando uno non si ferma per esaminarsi davanti a Dio, per la luce dello Spirito Santo e per la grazia che soltanto lui può portarci al ravvedimento... perché con la nostra natura noi mai riconosceremo quello che si è.

Tu potevi dire a me, prima di conoscere Cristo, che io ero un grande peccatore, che io ero orgoglioso, che io potevo essere un avaro, che io ero amante della lussuria e di tutti quei peccati che si vivono quando non si conosce Cristo: ti avrei risposto certamente che non è così. Ma sotto la luce dello Spirito Santo, allora cominciamo a conoscere la nostra natura, perché Cristo viene in noi, illumina le nostre tenebre e ci fa vedere realmente quello che siamo. Ecco perché quanti peccati durano nel tempo: perché non sono perdonati.

Quello che conta è che noi, quando non riconosciamo bene noi stessi, pretendiamo di trovarci nella ragione. "Tu, ma non io. Io ho ragione. Tu mi devi chiedere scusa, non io. Tu devi dire perdonami, non io". Quelli che non hanno mai chiesto perdono, e ce ne sono di quelli che per chiedere perdono ci vuole non lo so che cosa possiamo dire. E io ti chiederei: ma hai mai chiesto perdono a tuo fratello, quando la tua bocca non è stata purificata? Hai mai chiesto perdono a tua moglie, o hai preteso sempre che lei potesse sottomettersi a tutte quelle che sono le tue voglie, la tua autorità, perché tu dici che io sono l'uomo in casa?

Hai mai chiesto perdono quando hai fatto un peccato nascosto? Non davanti agli uomini, perché si può peccare davanti a Dio solo e davanti agli uomini. E questo umiliarsi, perché la mancanza di perdono porta conseguenze gravi: qualche volta malattie, qualche volta qualcosa che ti porta a non avere rivelazione spirituale, non c'è progresso nella vita spirituale, e perciò il peccato rimane. Poi, nello stesso tempo, puoi pure lodare, cantare, pregare, leggere la parola.

Ma quando la parola dice "ognuno esamini se stesso", deve tornare indietro e deve mettere in conto quello che dice 2 Cronache 7:14, e mai dimenticare quel passo. Perché tante volte andiamo sempre avanti; il Signore dice: "Fermati, torna indietro e vedi con chi devi mettere in ordine il tuo carattere, la tua natura". E allora imita i fratelli che lo hanno fatto prima di te, che erano grandi uomini. Perché Davide? Davide, no, di chi stiamo parlando? Di un uomo secondo il cuore di Dio.

E lì io mi fermo ogni volta che leggo, perché dico a me stesso: ma se era secondo il cuore di Dio, perché ha voluto nascondere? Perché i peccati che durano molto sono quelli che tu non confessi e che nascondi. Davide ad un tratto voleva fare il furbetto, diciamo così: voleva nascondere l'adulterio e l'omicidio facendo tante strategie. Sapete, no?, la storia di Uria, il marito di Bat-Sceba: come lui lo voleva ingannare, far capire che lui non era colui che aveva fatto quel peccato e che la moglie era incinta. Allora ha trovato tante strategie per giustificarsi.

E il Signore non lo vede? Isaia dice: «Colui che ha fatto l'orecchio non ode? Colui che ha fatto l'occhio non vede?». A chi vogliamo mai nascondere le cose? E allora Davide, per la grazia di Dio... Tu dici: ma un uomo che ha fatto un tale peccato, come mai Dio lo ha perdonato e gli ha dato un'altra possibilità attraverso Natan? «Tu sei quell'uomo» che ha peccato. Dio gli ha dato questa possibilità.

Ma colui che è stato sempre sincero, anche quando una volta ha peccato, con un peccato così grande, e ha nascosto il suo peccato, colui riceverà grazia, perché Dio guarda anche a questo e Dio ti dà un'altra possibilità. Quando qualcuno predica intorno alla parola di Dio, di quelle predicazioni che qualche volta sono un po' dure, no, diciamo così, quelle predicazioni che piacciono a me, sinceramente, forse perché sono stato abituato anche a questo... Ultimamente seguivo un fratello anziano in una grande chiesa e mi sono trovato in tutte le sue predicazioni, e spesso lo seguo per capire.

E lui dice la verità come ce l'ha nel cuore. Parla alla chiesa della realtà, dice cose belle, ma dice cose anche spiacevoli, perché dice la verità a 360 gradi, e nello stesso tempo troviamo che nessuno può confutare con lui secondo le Scritture. E qualche volta, dice lui, si trova qualcuno che va via dalla sua chiesa: "Io gli chiedo: perché? Perché mi dicono: fratello, tu sei troppo duro quando predichi". E lui dice: "Va bene, può essere pure, però che cos'è che io non dico secondo le Scritture?".

E qui naturalmente non ha trovato contrapposizioni, perché quando uno predica la parola in tempo e fuori di tempo non deve temere. Certo, alla chiesa di Laodicea, che è la chiesa del popolo, gli piace sentire, e certi predicatori predicano ciò che piace al popolo, ma quello che non piace qualche volta hanno timore. E allora noi dobbiamo essere reali, noi stessi, perché Dio espone quello che è la nostra natura attraverso questi profeti, facendoci vedere questo messaggio. E il Signore ci fa vedere l'uno, ma ci fa vedere anche l'altro, perché non ci lascia nell'amarezza, nella tristezza, no? Lui ci dice esattamente quello che sta nel nostro cuore attraverso la parola. E quando uno legge la parola non deve temere nulla.

Poi va avanti e dice che la nostra giustizia è come un abito sporco. Non è vero che hai sempre ragione? Non dici "è giusto ciò che dico"? Chi l'ha detto che è giusto ciò che dici? Hai sempre ragione tu, magari. Però, qualunque sia la tua ragione, il Signore te lo dice anche questa mattina: la tua giustizia è come un abito lordato, dice un'altra versione, sporco.

Ma chi si riconosce in questo? Colui che è andato un giorno ai piedi della croce e lì ha confessato, perché lo Spirito gli ha fatto vedere quello che è la sua natura. E da quel momento che cosa è successo? Quello che è successo a Davide nel Salmo 32. Mai dovete dimenticare quello che sta scritto in quel salmo, perché quello è un salmo che è anche un inno di vittoria: «Io ho confessato il mio peccato e tu hai perdonato». Ma, come tante volte io mi emoziono, dico...

quando penso a me stesso, al mio peccato, quando io lo metto davanti ai piedi di Cristo, come cantiamo alla croce, e poi, dopo aver confessato, tu senti quella libertà per fede, perché tu devi credere che quando confessi egli perdona. Lì per lì, dopo che Natan aveva denunciato il suo peccato, Davide dice: "Io sono quell'uomo". Mimmo mi ha detto di abbassare il microfono. Io sono quell'uomo, e Natan subito gli dice: "E Dio ti ha perdonato". Natan, chi sei tu a dire che Dio ha perdonato Davide?

Perché ogni uomo non dovrebbe chiedere luce, luce a Dio per lo Spirito, per dire: "Signore, nulla di impuro nella mia vita, nessuna scoria, nessun peccato, nemmeno quelli occulti, quelli nascosti"? Perché Davide confessava anche quelli. Ed è bello che poi, quando senti il perdono, allora puoi andare avanti. Puoi andare avanti. Allora puoi dire sempre avanti, fratelli, perché sei libero dentro, e questo è bello davanti a Dio.

Voglio saltare qualche verso, perché non posso credere che oggi sia così, ma lo leggo lo stesso. Isaia dice: «Non c'è più alcuno che invochi il tuo nome, che si scuota per afferrarsi a te». Possibile mai? Posso mai credere che non c'è nessuno che invochi il suo nome? Ma che cosa intende il profeta?

Entro un po' nell'immaginazione — forse avrò pure ragione di dire così — che il popolo di Israele, Michele, non invocava il nome del Signore: era così religioso che offriva, nonostante il peccato, agnelli, sacrifici. E il Signore doveva dire: «Gradisco forse io i vostri sacrifici? Non è forse che io gradisco che tu chieda perdono, che tu metta in ordine il tuo cuore, la tua vita?» E io credo che non c'era qualcuno che invocasse in quella maniera. Questo voleva intendere Isaia.

E io credo che nella chiesa del Signore ci siano quelli che invocano, cioè che col grido del cuore alzano la voce a Dio per chiedere che Dio possa scendere e mandare il fuoco, perché così era l'inizio della prima chiesa. La prima chiesa è iniziata col fuoco, e l'ultima chiesa spero che possa finire col fuoco. Perché questi fratelli che hanno ricevuto il fuoco non l'hanno ricevuto in una maniera superficiale: sono stati insieme un po' di giorni a confessare i loro peccati, e quando Dio ha visto che ormai era completa la loro libertà, quel chiedersi perdono l'uno all'altro, allora è venuto un vento impetuoso e delle lingue di fuoco sono scese, e così è nata la prima chiesa.

Ecco perché Isaia ci dà un suggerimento: di chiedere a Dio che possa scendere dal cielo in questa maniera. Ma poi, dopo che lui ha implorato il Signore, Isaia dice queste parole belle, incoraggianti, che ci aiutano a non rimanere nel peccato, a capire la fedeltà di Dio. Perché Isaia dice quella parola al verso 8: «Tuttavia, o Eterno, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e tu colui che ci forma; noi tutti siamo opera delle tue mani».

"Tuttavia", dice. Noi siamo peccatori, la nostra giustizia è come un abito lordato, abbiamo continuato a peccare, ancora c'è qualche peccato, tutto quello che vogliamo. Ma poi Isaia dice: «Signore, ricordati che tu sei nostro padre. Tuttavia tu sei nostro padre». Benché io sia un figlio disubbidiente, un figlio ribelle, un figlio che si è allontanato, tu rimani il padre, tu rimani fedele. Il tuo amore verso di me, nonostante io sia un grande peccatore, è inalterabile. Non varia a seconda di come ci comportiamo.

Come disse qualche domenica fa il fratello Robert, Dio non punisce. Ed è vero, perché noi ci sentiamo sotto accusa quando pecchiamo davanti al Signore, ci aspettiamo una punizione. Chissà che cosa mi succederà adesso che ho peccato. Non è forse così? Io mi sto sbagliando? Abbiamo paura che Dio ci punisca, perché pensiamo che il nostro Padre celeste... Certo, la severità di Dio e la bontà di Dio, dice in Romani, le conosciamo, ma egli non è che ci punisce: ci corregge, è più corretto, ci corregge a modo suo.

Io alzo le mani su come lui lo faccia. Io l'ho visto nella mia vita: qualche volta ci ha corretto, e quella correzione mi ha corretto. Era dura, ma dura veramente, ma poi è venuto a fasciare le ferite, ci ha passato un po' di balsamo su quelle che sono le nostre ferite, perché lui fa la ferita, ma poi la guarisce, dice la Scrittura. La fedeltà di Dio non possiamo metterla in discussione e pensare. Non solo Isaia, ma tanti hanno detto che tu sei un Dio pietoso, misericordioso, lento all'ira e di grande bontà.

Questo è un padre. Ditemi, in mezzo a voi, qual è il padre dove il figlio è ribelle e alla fine lo condanna a morte, dice: "Tu non ti comporti bene, tu sei un ribelle, tu non sei degno di essere mio figlio", e puoi dire quello che vuoi, disprezzando quello che è colui che è uscito dalle tue viscere. No, tu rimani un padre, un padre che può essere quel padre, come dice in Ebrei 12, che corregge i suoi figli.

Perché quando il padre è un vero padre, non è soltanto un padre che mostra la sua carnalità, i suoi compromessi, tutti i suoi sensi, le sue compassioni umane, la sua anima, no? Un vero padre fa l'uno e l'altro: corregge il suo figlio, e addirittura l'autore di Ebrei dice che Dio flagella. Hai mai pensato cos'è questa parola? Dio flagella, perché ci è passato Gesù sotto il flagello dei romani. Dio flagella colui che ama. Colui che ama.

Eppure, tornando a Isaia, dice: «Tu sei nostro padre, tu ci formi». Ma com'è che ci forma il Signore? Quando l'argilla sta nelle sue mani, non può dire: "Perché fai così, Signore? È duro come mi stai formando". Ma il Signore sa quello che fa, lui lo sa.

E anche questa mattina credo che da lui dobbiamo aspettarci soltanto che dopo, quando ci corregge — perché lo fa per amore, no? — poi lui ci viene incontro e ci dice: "Io voglio aiutarti, voglio farti crescere, voglio che tu assuma l'intera mia natura, voglio che tu mi assomigli, voglio che tu mi imiti, perché tu sei stato rigenerato. Tu adesso hai la stessa natura che ho io". Credi a questo? Credi a questo, che tu sei stato rigenerato e sei partecipe della natura divina? E se sei partecipe di questa natura, non disperare, anche se attraversi un momento difficile, anche se sei scoraggiato.

Però quello che Dio chiede da ognuno, ed è l'inizio di un risveglio, è il ravvedimento, la confessione ed essere liberati, perché tutti i risvegli nelle chiese sono iniziati proprio da questo: quando il popolo si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro. Perché dobbiamo tornare indietro? Da che cosa il Signore ha aggiunto questa parola?

Ecco perché ognuno esamini se stesso, perché dice in 1 Corinzi 11: «affinché non siamo condannati col mondo». Perché questo è ancora un altro passo dell'amore di Dio, quando confessiamo ed esaminiamo. Non dobbiamo aspettarci che Dio ci giudichi come giudicherà il mondo, ma che Dio ci giudichi per le buone opere e per quello che abbiamo fatto davanti alla sua presenza.

Ora, davanti a questo, non ci rimane altro che fermarci e pensare: "È stato utile? Mi è dispiaciuto, è stato duro. Com'è, Signore?" Dio stesso ti darà la risposta, non te la darò io. Ed è bello che, quando ci poniamo davanti al Signore, possiamo dire come ha terminato Isaia con questo passo: «Davanti a queste cose ti conterrai ancora, o Eterno? Tacerai? Ci affliggerai ancora per molto?» Domanda. Vedrai, la risposta sarà bella quando conosceremo chi è il nostro Dio. Amen. Vogliamo alzarci in piedi e ringraziare il Signore.