Portare molto frutto

Leggiamo dal verso 10: "Ora mi sono grandemente rallegrato nel Signore perché finalmente le vostre cure per me si sono ravvivate. In realtà già ci pensavate, ma me ne mancava l'opportunità. Non lo dico perché sia nel bisogno, poiché ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo. So essere abbassato, come anche vivere nell'abbondanza. In tutto e per tutto ho imparato ad essere sazio e ad avere fame, ad abbondare e a soffrire penuria. Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica. Amen. Tuttavia avete fatto bene a prendere parte alla mia afflizione. Ora sapete anche voi Filippesi che all'inizio della predicazione dell'Evangelo, quando partì dalla Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di alcuna cosa, per quanto al dare e al ricevere, se non voi soli. Poiché anche a Tessalonica mi avete mandato non solo una volta, ma due volte, per provvedere al mio bisogno. Non già che io ricerchi i doni, ricerco invece il frutto che abbondi a vostro favore. Amen. Amen."

Fin qua. E mi sono fermato a considerare che Paolo ci rivela qualcosa di interessante per la nostra vita. Il soggetto sul quale mi sono fermato è che Paolo ringrazia questi Filippesi e dice, come dice nel verso 10, che finalmente le vostre cure per me si sono ravvivate. Che significa questa parola? Vuol dire che in un certo tempo questo pensiero di aver cura di Paolo si era un po' raffreddato, si era un po' lasciato andare. E Paolo parla di questa volta, per voi è nato questo desiderio: è nato un ravvivare del desiderio di poter assistere e di potermi aiutare, di potermi curare.

Anche se Paolo naturalmente dice "Io ho imparato" - e questo è bello. Quando noi diciamo che nella vita non si finisce mai di imparare, difatti ci sono sempre delle situazioni dove uno dice "Ma io a 70 anni non avevo mai sentito qualcosa del genere" e si impara ancora. È bello quando siamo la scuola del Signore, quella scuola spirituale che parla in profondità, che ti fa crescere, che ti mette nelle condizioni di sapere che con l'aiuto di Dio possiamo continuare ad andare avanti, imparando sempre più.

Quello a cui mi sono fermato è che Paolo, certo, ringrazia i Filippesi di questo dono che i Filippesi portano attraverso anche Epafrodito, come dice la Scrittura. Ma quello che più mi ha parlato è che quando lui dice al verso 17 - e qui mi voglio fermare un po' di più quando dice: "Non già che io ricerchi i doni, ricerco invece il frutto che abbondi a vostro favore." C'è una differenza fra il dono e il frutto. Paolo dice: "Va bene, grazie cari fratelli, avete visto un pensiero. Si è ravvivato in voi il desiderio di soccorrermi, di venirmi incontro, di aiutarmi, di curarmi." Ma qual era veramente la gioia di Paolo? Era soltanto il dono di questi fratelli o quello che lui dice: "Io non ricerchi i doni, ma cerco il frutto che abbonda in voi in Cristo"? Cioè, Paolo si rallegrava che questi Filippesi, questi fratelli, avevano avuto questo frutto che ha portato a dare questo dono.

Perché noi possiamo avere dei doni, anche spirituali, ma tanti doni poi non rendono frutto e rimangono solo dei doni. Ma che cosa cerca in fondo il Signore da noi, se non quel frutto necessario che dà la prova che in noi è nato qualcosa da parte del Signore? Paolo dice: "Sì, il dono che mi avete fatto è un profumo davanti al Signore, ma la sua gioia era che questi Filippesi avevano nel cuore questo fatto di sviluppare, attraverso i doni, un frutto spirituale che era nato in loro: quello di assistere questo fratello." È quello che io credo che la parola di Dio cerca in noi: non è soltanto il fatto che noi possiamo fare dei doni o avere dei doni, ma quello che dice la Scrittura attraverso quello che Gesù ci ha insegnato, in Giovanni al capitolo 15, quando dice il Signore: "Io vi ho costituiti affinché portiate molto frutto e questo frutto sia duraturo."

Per natura tutti amano ricevere dei doni, anche doni spirituali - non parlo di regali naturali - ma in effetti credo che ognuno ha ricevuto sempre qualche dono da parte del Signore, utile per la Chiesa, utile per la crescita, per l'edificazione. Ma se questi doni rimangono fermi - perché anche i Filippesi avevano avuto il pensiero di assistere, di curare Paolo, ma non c'era stata l'opportunità - quel pensiero piano piano è rimasto fermo come se si fosse congelato, poi si è ravvivato.

E che cos'è che è bello? Che il Signore sta cercando in noi che si ravvivi questo frutto in noi. E questo viene solo dal fatto che quando noi abbiamo la consapevolezza che la comunione col Signore non si è mai fermata. E il Signore ce lo dice chiaramente nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 15, quando dice: "Se uno dimora in me, rimane in me e porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se uno non dimora in me è gettato via come il tralcio e si secca. Questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e sono bruciati. Se dimorate in me, le mie parole dimorano in voi. Domandate quel che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio, che portate molto frutto, così sarete miei discepoli. Così sarete miei discepoli."

Ci possiamo chiamare discepoli e non portare frutto? Siamo stati costituiti proprio per quello, dice la Scrittura. Quando quell'uomo andò dal suo fattore, in Luca al capitolo 13, dice quella parabola del fico sterile. Al verso 6 del capitolo 13 di Luca, dice che Gesù disse questa parabola: "Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna, venne a cercarvi del frutto, ma non ne trovò. Disse allora al vignaiolo: 'Ecco, sono già tre anni che io vengo a cercare frutto su questo fico e non ne trovo. Taglialo perché occupa inutilmente il terreno.' Ma il vignaiolo gli rispose e disse: 'Signore, lascialo ancora quest'anno affinché lo scarichi di terra e gli metta del concime. E se farà frutto, bene; altrimenti in avvenire lo taglierai.'"

Il padrone è andato a cercare il frutto. È un albero dove lui si è preoccupato. E quando pianti un albero lo devi pure curare. Occupa un terreno perché nel vigneto c'era questo albero. È naturale che se uno crescere un bambino, poi questo cresce nella casa - un figlio - cerca di farlo crescere sano, in modo che poi questo figlio un giorno porterà il frutto di ciò che ha assimilato, di quello che i genitori gli hanno dato. E quest'uomo dice: "Ma se questo fico non dà frutto, a che serve?" Abbiamo bisogno di una spiegazione per questo, no?

Quindi questo ci fa capire ancora una volta che se il Signore dice "Io vi ho costituiti per andare e portare frutto", ma se la Chiesa rimane passiva, non è attiva, di che cosa potrebbe portare frutto? Eppure abbiamo questo principio nella parola di Dio dove ancora riguardo a questo ci sono tanti esempi che la parola di Dio ci porta.

Per esempio, Geremia 17 dice che beato quell'uomo, benedetto l'uomo che confida nell'Eterno e la cui fiducia è l'Eterno. E dice al verso 8 di Geremia 17: "Egli sarà come un albero piantato presso l'acqua che distende le sue radici lungo il fiume. Non si accorgerà quando viene il caldo. Le sue foglie rimarranno verdi nell'anno di siccità, non avrà alcuna preoccupazione e non cesserà di portare frutto."

Beato l'uomo, dice ancora il Salmo 1, quell'uomo che è assiduo nella parola di Dio. Perché se dimoriamo nella parola di Dio, come dice Gesù, "Se dimorate in me, le mie parole dimorano in voi," è chiaro che non mancherà di portare frutto. Il Salmo 1 dice al verso 3 della Scrittura quello che è bello: noi sempre possiamo dire che quell'uomo il cui diletto è nella legge dell'Eterno - al verso 2 del Salmo 1 - sulla sua legge medita giorno e notte. "Egli sarà come un albero piantato lungo ruscelli d'acqua che dà il suo frutto nella sua stagione, le cui foglie non appassiscono e tutto quello che fa prospererà." La prosperità dell'uomo dove sta? Nell'assiduità della preghiera, nella parola di Dio. Beato l'uomo che mette in pratica.

E quello che è bello è che noi possiamo vedere che anche Gesù, quando andò verso quel fico che vide da lontano - e dice la Scrittura che andò per cercare del frutto, ma non ne trovò. Ora penso che non abbiamo bisogno di una grande spiegazione. Se noi siamo stati scelti dal Signore, non siamo stati scelti per essere una pianta ornamentale. A me piacciono le piante ornamentali. Sono belle perché manifestano la bellezza della natura, di quello che Dio ha creato. Ma piacciono ancora di più quegli alberi che portano un bellissimo frutto.

Questa sera ho regalato al fratello Samuele due melograni del fratello Francesco, belli a vedere, grossi. Dice: "Ma che differenza c'è?" Se quell'albero fosse sterile, non porta frutto. A che serve? Ma vedere invece i frutti è una gioia. Tu dici: "Ebbene, quest'albero ha bisogno ancora di più di essere curato." E Gesù riguardo alla vigna dice: "Io vi poto ancora perché possiate portarne di più." Quindi il Signore fa il suo lavoro e ci paragona dei tralci. Quello che è importante agli occhi di Dio è che la nostra vita sia fruttifara.

Non possiamo restarcene fermi solo perché possiamo dire "Grazie Signore, siamo stati salvati, va bene così." Ma il Signore dice: "Sì, è bello che voi siete stati salvati, ma io vi ho costituiti perché questa salvezza, questa crescita, questa conoscenza spirituale, questo amore e tutti quelli che sono i frutti che il Signore può sviluppare in noi - quello il Signore vuole vedere."

Quello il Signore vuole vedere in noi. Perciò Paolo fu così gioioso quando vide che questi Filippesi avevano sviluppato qualcosa che era nato in loro e dice: "Il frutto che cresce in voi in Cristo Gesù." Questo è la cosa più importante. Va bene, i doni sono una cosa buona. Ma credo che il Signore vuole vedere in noi proprio quello che è il risultato del suo lavoro nella nostra vita. E questo risultato si vede attraverso quello che la nostra vita dimostra, facendo crescere quei frutti buoni che il Signore vuol vedere nella nostra vita.

A motivo di questo, cari fratelli, è bene che noi possiamo ravvivare proprio quella vita che il Signore vuole vedere in noi e che si compiace - come Paolo si compiaceva - in questi dove ha visto che Gesù ha fatto un'opera in loro e quell'opera ha portato frutto. Perciò doni, ma frutti ancora di più.