Restaurazione dell'altare antico
Nel libro di Osea, leggiamo al capitolo 2 dal verso 14 al verso 23. Osea significa salvezza. Ogni libro ha il suo nome e quindi c'è sempre un significato.
Al verso 14 del capitolo 2 leggiamo: "Perciò ecco, io l'attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Allora le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza. Là ella canterà come i giorni della sua giovinezza, come quando uscì fuori dal paese d'Egitto. In quel giorno avverrà, dice l'Eterno, che tu mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più mio Bal. Toglierò dalla sua bocca i nomi dei Bal e non si ricorderanno più del loro nome. In quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e i rettili della terra.
Spezzerò l'arco, la spada e la guerra, eliminandoli dalla terra, e li farò riposare al sicuro. Ti fidanzerò a me per l'eternità. Sì, ti fidanzò a me in giustizia, in equità, in benignità e in compassione. Ti fidanzò a me in fedeltà, e tu conoscerai l'Eterno. In quel giorno avverrà che io risponderò, dice l'Eterno, risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra, e la terra risponderà con il grano, il mosto e l'olio. E questi risponderanno a Israel: 'Io la seminerò per me sulla terra e avrò compassione di loro. E dirò: "Tu sei il popolo mio" ed egli mi risponderà: "Tu sei il mio Dio"'."
Questo passo della scrittura viene dopo che il Signore condanna l'infedeltà di Israele ai tempi di Osea e ai tempi di molti re che ha attraversato questo profeta. Israele era completamente fuori da quello che era il patto, i comandamenti. Era pienamente guidato anche dai re che erano idolatri, e quindi spesso abbiamo visto come Israele credeva al Signore, poi di nuovo ritornava all'idolatria e al peccato.
Ma da questo verso in poi vediamo che il Signore mostra sempre in ogni passo della scrittura la sua misericordia. Prima fa la piaga, ma poi la guarisce, perché Dio vuole anche farci comprendere che lui disciplina il suo popolo, ma lo fa con un amore paterno molto profondo che qualche volta non comprendiamo. Quando siamo sotto disciplina sembra che il cuore si indurisce, ma lì invece vediamo che se quella disciplina è dal Signore, come Dio manifesta il suo amore in questo.
Quindi dice la scrittura che il Signore restaura Israele, cioè lo vuole riportare alla maniera originale. La restaurazione è rimettere a nuovo e sistemare ciò che è rovinato. Si può restaurare un rapporto anche fra persone, un rapporto che si è rovinato fra amicizie, un rapporto fra fratelli. Si può restaurare anche materialmente un'immagine, una statua. Tanti possono restaurare un palazzo, un castello, cioè rimettere a nuovo ciò che è rovinato.
Forse che la Chiesa avrà bisogno di un restauro? O forse pensiamo che non ce n'è bisogno perché non c'è niente da restaurare? Guardando i tempi, almeno secondo quella che è la mia esperienza: sono passati quarant'anni (come diceva prima il fratello Rocco), qualche anno in più per me, ma da quarant'anni a questa parte c'è stata un'evoluzione evangelica. Parlo a livello generale di tutto quello che sono le chiese evangeliche. Diciamo che si sono ammodernizzate, sono entrate in un progresso che fa piacere. E quindi vediamo come il Signore in qualche maniera vorrebbe che questa restaurazione, questo rifacimento di portare la Chiesa alle origini, sarebbe una cosa meravigliosa.
Qualcuno dice: "Fratello, ma dobbiamo tornare ai sentieri antichi? Dobbiamo tornare indietro?" Magari, magari. Perché il risveglio comincia proprio quando il popolo di Dio torna indietro, come è scritto in 2 Cronache 7:14. Ma oggi ai giorni nostri siamo troppo sicuri per non vedere quelle vie malvagie che Dio ci mette davanti agli occhi, avendo intrapreso anche queste strade così larghe. E quindi abbiamo un po' abbandonato quelli che erano i sentieri più stretti, quelli dove il Signore invece, come ci fa vedere in Isaia, ci dice chiaramente che io posso fare di voi quello che ho promesso.
E meno male che abbiamo queste promesse, e appoggiandoci su di esse non abbiamo perso nessuna speranza di credere che Dio è il restauratore di ciò che sono le cose sante, le cose che il Signore vuole continuare a fare nella nostra vita.
Allora dice Isaia 58:11: "L'Eterno ti guiderà del continuo, sazierà la tua anima nei luoghi aridi e darà vigore alle tue ossa. Tu sarai come un giardino annaffiato e come una sorgente d'acqua le cui acque non vengono meno. I tuoi riedificheranno le antiche rovine e tu rialzerai le fondamenta di molte generazioni passate. Così sarai chiamato il riparatore di brecce, il restauratore dei sentieri per abitare il paese".
Quando Dio parla a Israele, mette il "tu" in maniera singolare. È chiaro che se c'è una rivelazione da parte nostra, comprendiamo benissimo che è personale questa parola, anche se è riferita al popolo di Israele. L'apostolo Paolo ne ha fatto tesoro di tutti questi passi antichi, per rivolgerli alla Chiesa dei suoi tempi, ma anche per lui stesso. Certi versi sono stati applicati riguardo a Israele, ma sono stati applicati alla sua vita.
Quindi "riparatore di brecce, riparatore di muri che sono crollati" e "restauratore di quelle vie e di quei sentieri antichi". È lì che ci vuole portare Dio in questi tempi. Non il senso di "andiamo avanti perché abbiamo fatto tanti progressi", ma l'altare deve essere ricostruito. I pulpiti devono essere ricostruiti perché sono diventati pulpiti dove dietro ci sono gli show , dove ci sono quei teatrini ormai.
Pensate che tante volte tanti che si mettono dietro il pulpito prendono il microfono in mano, vanno avanti e indietro, gesticolano, fanno tante cose per rendere più ricco, più apprezzabile la comunicazione. Perché è bello oggi che, riportando quello che è la Chiesa sui sentieri antichi, magari avremo più uomini che non sono tutti predicatori. Perché al giorno nostro un predicatore pensa di essere pastore. È stata trasformata un po' la chiesa, e i pastori pensano che sono solo loro i predicatori. Ne parlo senza favoritismo. Però è una linea che si è formata negli anni nelle chiese evangeliche, e Dio invece vorrebbe restaurare tutto ciò che è decaduto.
Sentiamo che Neemia fa questo lavoro quando sente che le mura di Gerusalemme sono crollate, che le porte sono arse dal fuoco. Ma chi è che oggi vede queste cose nella Chiesa? Pensando che tutto è regolare e tutto è normale, siamo stati trascinati verso qualcosa che ci ha allontanato molto dalla croce di Cristo, molto. Però si accorgono solo i fratelli, le sorelle che spiritualmente stanno davanti alla presenza del Signore, che hanno capito bene.
È vero, si fanno manifestazioni anche nel campo evangelico oggi. Una marcia per la pace in una città e in un'altra città. Va bene pure. Ma poi finita la marcia della pace, il cristiano ritorna a essere quello che è: indifferente. Ma lì ci sono dei momenti di gioia dove tutti stanno insieme. Una marcia per la pace.
Fratelli, mai come in questi tempi si parla di pace e sicurezza, mai. Si è realizzato appieno proprio ciò che Paolo ci ha detto attraverso Timoteo: quando grideranno il mondo griderà "pace e sicurezza", allora una grande rovina sta per arrivare. E chi si accorge di questo? Chi è convinto di questo? Chi è che sa che da un momento all'altro ci sarà una grande rovina su questa terra?
Perché adesso noi siamo al sicuro, in un certo senso. Dall'altra parte però si fanno guerre, omicidi, e sappiamo tutto quello che sta succedendo e come le nazioni si stanno preparando, senza volerlo, adempiendo la profezia che Dio ha già portato avanti attraverso la sua parola.
E a motivo di questa parola che noi siamo legati, possiamo parlare con certezza e con piena fiducia al di là dello scetticismo che c'è anche fra i fratelli evangelici ai giorni nostri. Perché è importante che sappiamo da parte nostra che Neemia sentì nel cuore ciò che tanti non hanno mai sentito. Vivevano in queste macerie, in queste mura che erano cadute, queste porte bruciate, ma nessuno aveva il sentimento di dire che è una rassegnazione. Vedere le rovine e rassegnarsi è proprio un sentimento del diavolo per dire "non c'è più nessuna speranza".
Allora, quando noi leggiamo questi passi come Osea e ne guardiamo profondamente il significato, capiamo che Dio non mette dei nomi così tanto per metterli. Quando la scrittura dice chiaramente che il Signore farà questo lavoro di restaurazione e porterà la chiesa nella valle di Acor e diventerà una porta di speranza, dice la scrittura.
Che cos'è la valle di Acor? La valle di Acor è il luogo dove Akan con la sua famiglia fu lapidato. La valle di Acor significa luogo di sofferenza, di dolore, di guai. E quindi il Signore dice: "Io ti porterò là dove non c'è speranza, invece io ti darò speranza". Per la valle di Acor: una porta di speranza per te.
Ma tante volte prima di questo il Signore ci porta nel deserto. È lì che lui ci porta spesso. Perché ci porta nel deserto? Come dice il primo verso che abbiamo letto: "Perciò ecco, io l'attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore". E questo è bello quando Dio può parlare al cuore, perché tutto ciò che Dio mette nel cuore rimane. Quello invece che entra solo nella mente, poi un giorno evapora, non c'è più.
Nel deserto non c'è niente, niente. Non c'è vita, non ci sono sorgenti d'acqua, non c'è altro che morte. E Dio ci porta proprio in quei luoghi dove sembrerebbe che chi si trova in quei luoghi, per un motivo o per un altro, non ha una via di uscita. C'è aridità. Tutto questo il Signore ci vuol far vedere prima, portandoci nel deserto per fare che cosa? Per parlare al nostro cuore.
E quando Dio parla al cuore, allora noi vediamo che la misericordia sua vuole farci vedere che questa è la realtà che state vedendo. Ma io nella mia misericordia voglio farvi vedere che tutto quello che voi vedete, dove non c'è speranza, scomparirà. E il Signore dice in Isaia proprio questo: che il deserto fiorirà, la terra arida produrrà i frutti.
Quando Dio restaura qualcosa e lo vuole fare nella Chiesa, allora noi abbiamo la convinzione che c'è da mettere in ordine alcune cose che non si fanno in un momento. Quando si restaura un quadro, una pittura, un'immagine scolpita, quando si ritrova un reperto archeologico, si fa con una delicatezza tale. Non so se avete mai visto come curano quel reperto, quella immagine, quella statua con quella delicatezza. È un'opera d'arte, e chi mette le mani deve poter fare quest'opera con delicatezza.
Allora, credo che il Signore voglia fare anche con noi questo lavoro, e lo vuole fare a modo suo. Dall'altra parte prima ci vuole assicurare con queste promesse. Intanto dice: "Non dovrai più dire a Bal, ai tuoi idoli, ma dovrai dire a Dio: marito mio". Qualcosa di intimo, di legale che diventa uno con la Chiesa, come il marito diventa uno con la moglie.
Poi dice: "Io ti fidanzerò a me per l'eternità". Questa è la promessa. Questa è quando il Signore restaura un cuore, una persona, quando restaura una famiglia, quando porta restaurazione a una chiesa, perché si possa riprendere da quelle che sono le cose che si sono guastate prima.
E poi "Ti fidanzò a me in giustizia, in equità, in benignità, in compassione. Ti fidanzò a me in fedeltà". Quando si arriva all'adolescenza, alcuni anche che hanno creduto pensano al fidanzamento. Ci sono dei sentimenti. Anziché inoltrarsi nelle vie del Signore, ma questa è la natura, no? Allora, è chiaro che si portano queste cose a pensare a ciò che è naturale.
Io ripeto: quando leggo di Daniele, dico che questo giovane non ha pensato subito a una bella ragazza, a un giovane di bella figura e tutto. Il suo cuore era per il suo Dio. E quando un giovane, un adolescente si propone questo, e nient'altro, perché Dio possa occupare pienamente il suo cuore, io vi dico: non mancherà di nulla man mano che crescerà. Perché i sentimenti portano a mettere Dio al secondo posto, e il Signore dice: "Fidanzati a me in fedeltà, in giustizia. Fidanzati a me in equità, in benignità, in compassioni".
Questa è quell'opera che Dio vuol fare, e non solo negli adolescenti, nei giovani, ma lo vuol fare a tutta la Chiesa per dimostrarci il suo amore, il suo affetto. Che non ci sono altri fidanzamenti, altri idoli. Lì dove non ci sono altre occupazioni, distrazioni, perché sapete che la parola ci insegna che Dio è un Dio geloso.
Che cosa dovrebbe fare oggi la chiesa quando vede le rovine? Io parlo sempre per chi riesce a vedere. Dice: "Fratello, ma tu vedi rovine? Io vedo ciò che vedo e quello che vedo lo metto davanti al Signore, e non lo vedo soltanto nella mia vita, nella mia comunità, nella mia famiglia. Lo voglio mettere davanti a Dio, perché possa essere ricostruito il tabernacolo di Davide, come dice in Atti, e deve essere ricostruito l'altare, perché questo è importante".
Allora, quando ci accorgiamo che ci sono delle cose che vanno rimesse in ordine perché sono state rovinate nel tempo, e abbiamo creduto che non c'è niente di rovinato, è normale. È normale adeguarsi ai tempi. È normale se esistono certe cose, penso che Dio non ne faccia un problema. Però io mi chiedo: mi hanno portato all'edificazione del corpo di Cristo, della mia stessa vita, della Chiesa? O non sono interessato? Sono indifferente a ciò che succede intorno a me o in me, per capire se ciò che sto facendo compiace al Signore in maniera seria, profonda, santa?
Perché poi è chiaro che, col fatto che i tempi sono cambiati, è importante che sappiamo se è la parola di Dio oppure se possiamo andare avanti in questa maniera. Però io mi chiederei: "Il Signore si manifesterà?" Abbiamo cantato "Dio si manifesterà", e poi si ripete "Dio si manifesterà" e ancora si ripete "Dio si manifesterà" e cantiamo. È diventato un cantico, ma non sappiamo se il cuore, mentre cantiamo, sta credendo alla manifestazione di Dio.
Ma com'è che si manifesta Dio? Se mettiamo i piedi a terra e diventiamo reali, e la parola di Dio ci guida verso qualcosa che non vediamo ma è reale davanti ai nostri occhi, allora cominceremo veramente nel timore di Dio a credere che abbiamo bisogno di ripristinare tante cose.
Nel libro di Primo Re leggo questo passo sul profeta Elia. Il profeta Elia si trova sul Monte Carmel davanti ad Acab, davanti al popolo che zoppicava fra due lati. Un popolo che voleva servire Dio, ma amava anche il mondo, come oggi. Vorremmo essere tutti cristiani fedeli, però dall'altra parte ci sono delle cose dove non possiamo fare a meno, pensiamo noi. E il popolo era così, tanto che Elia doveva dire: "Fino a quando zoppicherete fra due opinioni, quella di servire Dio e quella di servire Bal?"
E Elia chiamò il popolo al verso 30, dice così: "Allora Elia disse a tutto il popolo: 'Avvicinatevi a me'. Così tutto il popolo si avvicinò a lui ed egli restaurò l'altare dell'Eterno che era stato demolito."
Vedi a che punto era ormai arrivato questo popolo di Israele. Ma allo stesso tempo pensava di servire ancora a Dio. Nello stesso tempo però era un popolo che era idolatra. Quando ci chiudiamo gli occhi e lo spirito non opera, allora riusciamo a vedere tutto come quel cieco che vedeva gli uomini: gli sembravano alberi.
Poi Elia dice al verso 31: "Prese dodici pietre secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale l'Eterno aveva detto: 'Il tuo nome sarà Israele'. Con le pietre edificò un altare al nome dell'Eterno e fece intorno all'altare un fosso della capacità di due misure di grano. Poi vi sistemò la legna, fece a pezzi il torello e lo pose sopra la legna e disse: 'Riempite quattro brocche d'acqua e versatele sull'olocausto e sulla legna'. Di nuovo disse: 'Fatelo una seconda volta'. Ed essi lo fecero una seconda volta. Egli disse ancora: 'Fatelo per la terza volta'. Ed essi lo fecero per la terza volta. L'acqua scorreva attorno all'altare ed egli riempì d'acqua anche il fosso".
"All'ora in cui si offriva l'oblazione, il profeta Elia si avvicinò e disse: 'O Eterno, Dio di Abramo, di Isacco e di Israele, fa che oggi si sappia che tu sei Dio in Israele, che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, o Eterno, rispondimi, affinché questo popolo riconosca che tu, o Eterno, sei Dio e che hai fatto ritornare i loro cuori a te'".
Questa fu la preghiera di Elia, una preghiera dal profondo del cuore: "Rispondimi, Signore". Quando si prega con passione, quando si prega con quella misericordia. Perché Elia non disse al popolo, come tanti dicono: "Peggio per voi, la colpa è vostra, il Signore vi deve punire". Quando manca la misericordia, noi pensiamo che i peccatori devono essere puniti e devono capire che hanno meritato quella punizione.
Fai così con tuo figlio, fai così con tuo marito, fai così con tua moglie. In un certo senso vorresti dire: "Signore, dagli". Ma no, questo non lo fai con chi fa parte dei tuoi, la tua carne, perché tu hai misericordia. Come un genitore non vede mai niente di male nei figli, se sono ribelli, se sono disubbidienti, se dicono le bugie: vedono tutto rosa. Questa è la natura umana.
Ma poi quando devono disciplinare si fanno un passo indietro proprio lì dove bisogna usare la vera disciplina, il vero amore per riportarli sulla retta via. Non lo fanno. Questa però è la natura dell'uomo.
E dopo questo, dopo che Elia ha detto: "Signore, fai che questi possano tornare con tutto il cuore a te". Sentite al verso 38 cosa dice: "Allora cadde il fuoco dell'Eterno e consumò l'olocausto, la legna, le pietre, la polvere, prosciugò l'acqua che era nel fosso".
Allora, quando l'altare è stato restaurato, non dobbiamo aspettare nessun bene prima di quel tempo? Se non ricostruiamo le rovine, ciò che è stato distrutto negli anni nella vera chiesa, nella chiesa antica, non possiamo aspettarci che Dio si manifesterà. "Dio si manifesterà" perché Elia ha manifestato la potenza e la presenza di Dio. Il fuoco è sceso quando ha ripristinato l'altare, lo ha riedificato ciò che avevano distrutto.
Questo ha fatto Elia, ha restaurato, e questo deve fare ognuno. La chiesa deve restaurare ciò che col tempo si è perso, ma che è diventato tutto normale. Invece non è così. Abbiamo bisogno, invece, che il fuoco possa scendere. Ma Dio è sceso soltanto quando tutto era in ordine, quando Elia ha potuto sistemare l'altare e ha voluto dimostrare al popolo dicendo: "Avvicinatevi a me. Vi faccio vedere qual è la causa di questa rovina, della mancanza di piogge, della mancanza di benedizioni, della mancanza di guarigioni, di liberazioni, di segni, di prodigi. C'è una causa".
Magari diciamo: "Non è ancora tempo", come dicevano in Ageo, in Malachia: "Non è tempo di costruire la casa dell'Eterno, non è tempo". Intanto costruivano le loro case e la casa del Signore era abbandonata. E il Signore dice: "Se guadagnate qualcosa, la mettete in un sacco forato. Seminate, ma non basta nemmeno per fare un po' di pasta. Fate tutte queste cose, ma però il popolo era convinto che stava servendo Dio".
Non vorremmo noi approfondire questo per dire: "Signore, tu ti vuoi manifestare, ma ci sarà qualche ostacolo? Ci sarà qualche impedimento? Che cosa c'è quando si può fare una ricerca?"
Allora, lo stesso profeta, a meno che non ci accontentiamo nella condizione in cui ci troviamo, dove diciamo che Gesù è potente quando evangelizziamo, da guarire, da liberare, da fare segni, da fare miracoli. Però poi, ahimè, non è che succede proprio quello che noi predichiamo. Ma mica perché il Signore non è fedele. No, non è questo.
Non potrei mai pensare una cosa simile. Ma il profeta Osea dice, e concludo, nel capitolo 6: "Venite, ritorniamo all'Eterno, perché egli ha percosso, ma ci guarirà. Ha colpito, ma ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita. Il terzo giorno ci farà risorgere, e noi vivremo alla sua presenza. Conosciamo l'Eterno. Sforziamoci di conoscerlo, perché il suo levarsi è certo come l'aurora. Egli verrà a noi come la pioggia, come l'ultima e la prima pioggia alla terra".
"Che cosa devo fare con te, o Efraim? Che cosa devo fare con te, o Giuda?" (o Chiesa, possiamo aggiungere). "Il vostro amore come una nuvola mattutina, come la ruggiada che al mattino presto scompare. E allora per questo li ho tagliati per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca, e i miei giudizi su di voi sono come la luce che si sprigiona. Poiché io desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più che gli olocausti".
Questo è quello che io ho pensato personalmente. Perché prima di potermi esaminare davanti al Signore, cerco sempre di capire se l'uditorio mai accetterebbe la parola del Signore oppure se ancora ci vorrà del tempo. Ma i nostri cantici qualche volta ci risvegliano, e qualche volta sembrano solo cantici.
Abbiamo cantato che cosa? Almeno da parte mia rifletto ciò che cantiamo. "Vogliamo aprire i nostri cuori a Dio". E così mi ha detto un fratello domenica scorsa: "Quando possiamo aprire il cuore a Dio, allora tutta la parola entra dentro e rimane. Se non apriamo il cuore a Dio sfugge. Diciamo sarà un altro culto, penseremo a dopo".
Ma forse è il momento che ci svegliamo dal sonno. Forse è il tempo dove dobbiamo restaurare l'altare, dove il Signore vuole che possiamo mettere ogni cosa in ordine, ciò che è stato demolito, le mura che sono crollate, le porte bruciate.
Ritorniamo all'Eterno, dice Osea, perché si erano allontanati. Ma egli dice: "Ritorniamo all'Eterno, perché se ritorniamo all'Eterno, come abbiamo letto, il Signore farà grandi cose". Questa è la sua parola.
Perciò impariamo a conoscere il Signore. Impariamo a conoscerlo, perché il suo levarsi è certo. La sua fedeltà non è in discussione. Ciò significa che qualcosa dobbiamo ancora fare per permettere a Dio di manifestare la sua bontà.
E così, fratelli, così credo. Chiedo che possiamo almeno avere nel cuore questo desiderio di dire che c'è di più. Immaginate la prima chiesa e l'ultima chiesa. Che cosa non vorrebbe fare il Signore? Qual è il suo desiderio per noi: vedere la sua gloria manifestarsi, di vedere che le sue promesse si adempiono, che la sua fedeltà è agli occhi di tutti? Allora e soltanto allora si potrà dire che c'è un Dio in mezzo a noi. Amen.