Io sono la vera vite — dimorare in Gesù

Vogliamo leggere nell'evangelo di Giovanni al capitolo 15 dal verso 1 al verso 10. A lui la gloria: "Io sono la vera vite e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie via, ma ogni tralcio che porta frutto lo pota affinché ne porti ancora di più. Voi siete già mondati a motivo della parola che vi ho annunziata. Dimorate in me e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci.

Chi dimora in me e io in lui porta molto frutto, poiché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio e si secca. Poi questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e sono bruciati. Se dimorate in me le mie parole dimorano in voi. Domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e così sarete miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così ho amato voi. Dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti dimorerò nel vostro amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore."

Amen. Condividendo con voi questo passo, comincio col dire che un insegnamento più grande di quello del nostro maestro non c'è mai stato sulla terra, né prima né dopo. Gli uomini di oggi si basano talvolta su una teologia un po' complicata anche nelle predicazioni. Gesù parlava il linguaggio della gente: dei lavoratori, vignaioli e contadini, dei pastori di quei tempi. Possiamo dire che nessuno di questi lavori apparteneva a Gesù come professione. Anzi, lui guariva di ogni malattia, quindi operava come il medico più competente. Come vediamo, però, egli parla di cose reali, semplici, che il mondo di allora poteva comprendere, e credo che questo insegnamento sia stato trasmesso anche ai nostri giorni.

Certo, forse non tutti sanno cosa sia potare un vigneto oppure il modo di pescare o come si porta avanti un gregge di pecore. Bello è, però, che noi vediamo che in questo passo il Signore, pur non essendo un agricoltore né un vignaiolo, sapeva di che cosa stava parlando e sapeva anche che chi lo ascoltava avrebbe capito, proprio perché il suo linguaggio era semplice. Noi vogliamo mantenerci in questa semplicità, perché abbiamo a cuore di capire. Non abbiamo una grande cultura. Mi ricordo di un predicatore che predicò nei quartieri delle periferie con l'Evangelo in maniera potente, e molte persone vennero al Signore.

Allora un altro fratello che aveva una cultura un po' più alta disse al predicatore: "Fratello, domani mi raccomando, perché oggi hai predicato a queste povere persone, a questa gente di basso ceto. Ma domani l'uditorio sarà tutto gente colta, dottori, ingegneri." E il fratello disse chiaramente: "L'Evangelo è uno. Il Signore Gesù predicava a ogni ceto di persona. Il messaggio domani non sarà cambiato perché ci sono le grandi menti raffinate. La medicina è sempre quella: sono peccatori, e hanno bisogno della stessa medicina che li guarisca."

A queste parole l'altro rimase silenzioso. Allora da qui noi possiamo vedere che se riusciamo a comprendere e a praticare ciò che noi stiamo leggendo con tanta semplicità, come il Signore ci insegna, e come la sorella ha pregato—che la parola potesse essere praticata nella vita—è importante. Perché riguardo alla conoscenza siamo arrivati ai tempi ultimi: in tutti i settori della vita c'è molta conoscenza. E la parola di Dio ci insegna che è importante che cominciamo a imitare il nostro maestro, perché nel suo ministerio sulla terra, la parola di Dio dice che egli cominciò prima a fare, e poi a insegnare. Questo vale anche nel settore familiare, nella chiesa, negli ambienti di lavoro. Noi dobbiamo, come Gesù ha detto, essere prima un esempio, perché le parole— abbiamo cantato pure—hanno un senso, ma i fatti ne hanno un altro.

Veniamo a quello che la parola di Dio ci insegna. Insieme a voi possiamo confrontarci con quello che Gesù ha detto in questo passo della Scrittura. "Io sono la vera vite." Lui parla sempre di vero. Quando dice "Io sono il pastore," dice "Io sono il buon pastore." E noi vediamo che dice "il Padre mio è l'agricoltore, Io sono la vite," quella che porta i tralci. E lui dice che i tralci siamo noi, e "ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie via, ma ogni tralcio che porta frutto lo pota affinché ne porti ancora di più." Questa è la natura delle piante, che hanno bisogno di essere mondate o potate affinché possano portare ancora più frutto.

Io mi ricordo quando ero ragazzo andavo dietro a mio padre e mio nonno, che avevano un vigneto, e li seguivo e vedevo dove loro posavano la forbice per potare. Allo stesso tempo facevo delle domande: "Perché hai tagliato quello? Perché hai tagliato quest'altro? Ma hai tolto quasi tutto dalla vigna?" Queste erano le mie domande, perché vedevo tutti questi tralci a terra mentre ne lasciava solo qualche pezzetto. Il vigneto era anche un po' vecchiotto. E infatti mio padre diceva: "Un po' lo dobbiamo ringiovanire, perché se lasciamo così tanti tralci il frutto non avrà una buona maturazione, e inoltre non porterà un buon raccolto." E quando potava, agiva in maniera tale che se c'erano dei tralci fuori posto—dove potevano intralciare il cavallo o il trattore quando arava— allora li toglieva, e cercava di mettere tutto il vigneto in fila, ordinato.

Questo è ciò che insegna Gesù intorno al vigneto: che era importante "Voi siete mondati a motivo della parola che vi ho annunziata." Voi siete già stati mondati, ha detto Gesù, perché la parola aveva fatto anche il suo lavoro nella vita di questi discepoli. Ma è importante, in questa fase, il ruolo di questo agricoltore—il Padre—per questa vite: il dimorare. "Dimorate in me e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi se non dimorate in me."

Un tralcio deve dimorare nel tronco della vite e assorbire la linfa della vite. Unito e assorbente, dal tralcio sale la linfa, germogliano i tralci, e i germogli porteranno frutto— i grappoli. Ma è il dimorare, l'essere così legati alla vite, che fa sì che il tralcio si nutra di quella linfa vitale che lo condurrà a portare frutto. E Gesù fa questo paragone con noi. Che cos'è dimorare in Gesù? Abbiamo anche un bel cantico: "Dimora in Gesù, riposare in lui," essere legato a lui. Così se dimoriamo in lui, dice la Scrittura, allora potete portare frutto.

"Io sono la vite e voi siete i tralci. Chi dimora in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me..." E questo è bello: tutti ci facciamo convinti di questa affermazione se l'abbiamo sperimentato nella vita. Io credo di averlo sperimentato da quando mi sono convertito, perché ho capito che non appartengo più a me stesso. Quante volte mi è successo di fare delle cose senza di lui, senza consultare, senza pregare, di mia iniziativa, un istinto naturale: niente mi è riuscito, niente poteva riuscire. Poi dopo si è accesa la lampadina: "Signore, non ti ho nemmeno chiesto!

Potevo farlo, potevo anche chiederti, si doveva fare." Perché lavorare insieme a Gesù significa avere la sua guida intellettuale, fare qualcosa che è ispirato dalla sua volontà e dal suo aiuto. E poco a poco ho imparato a chiedere aiuto per qualsiasi opera, spirituale e materiale. E mi sono legato alla parola del Salmo 1 e di altri salmi: "Tutto quello che fa prospererà." Beato colui che non cammina secondo il consiglio degli empi e parla della parola. Quindi quella linfa che appartiene al nostro maestro deve passare attraverso di noi, perché si possa vedere un frutto nella nostra vita.

Perché? Perché Gesù dice "Io vi ho costituiti." Mi piace così tanto questa parola. Se ne parla molto in questi tempi, per ciò che riguarda la Costituzione italiana, che ci impone delle leggi, e al di fuori di quella Costituzione non si può uscire. Il presidente della Repubblica dice che lui è il sorvegliante, il guardiano della Costituzione. Al di fuori di essa anche i giudici bocciano qualsiasi altra iniziativa. Ma dentro la Costituzione nulla può sfuggire. "Io vi ho costituiti"—è interessante sapere per quale motivo Gesù ci ha costituiti: ad essere dei tralci per portare frutto.

Andiamo avanti. Vediamo che se il tralcio non porta frutto, dice l'agricoltore, viene gettato via, no? Si secca. Ma noi vogliamo restare nella vite, vogliamo la linfa della vita per non seccare spiritualmente, perché vogliamo che il nostro frutto sia duraturo. Non vogliamo essere quei tralci che hanno una forte partenza, poi viene il caldo, viene qualche vento che spezza il tralcio, viene qualche malattia—come succede spesso—e la vita viene meno. E così anche con il cristiano: ci sono delle prove, delle situazioni, ed è importante che la pianta sia rinforzata, proprio perché se il tralcio rimane legato a Gesù non viene meno. Non viene meno finché rimarremo legati al Signore.

"Se dimorate in me," dice al verso 7, "e qui mi fermerò un po' di più: 'Se dimorate in me le mie parole dimorano in voi. Domandate quello che volete vi sarà fatto.'" Allora vi voglio far notare che in questo capitolo 15 ci sono molti "se." Quel "se," mi sono chiesto, quanti "se" ci sono in questo capitolo? E li ho contati: sono abbastanza. "Se dimorate in me," e poi va avanti, "se osservate," e poi possiamo citarne ancora. Tutti questi "se" hanno una condizione.

Ma qui fermiamoci un po' e ragioniamo insieme. "Domandate quello che volete vi sarà fatto." Ma c'è sempre quel "se"—"se dimorate in me e le mie parole"—quali parole? Cioè, io per chiedere al Signore qualcosa ed essere certo di riceverla devo anche essere sicuro che sono in comunione e che le sue parole dimorano dentro di me. E allora voglio essere certo che alla mia preghiera c'è una risposta affermativa, non il dubbio di non essere ascoltato.

Perché intorno a questo ragionamento ci sono tante contraddizioni. Del resto, la Scrittura dice riguardo a questo, anche al capitolo 14 al verso 13: "Qualunque cosa chiedete nel nome mio la farò, affinché il Padre sia glorificato nel figlio. Se chiedete qualche cosa nel nome mio io la farò." Signore, quante volte abbiamo chiesto nel nome tuo! Sono tempi in cui dobbiamo fermarci a riflettere. Vogliamo delle risposte. La risposta non viene sempre, nonostante la Scrittura ci insegni. Perché dovremmo far sempre tesoro della parola. Vedete: "Vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto"—senza "se" e senza "ma." È una promessa.

E noi promesse ne abbiamo—prima ancora che nel Nuovo Testamento, già nell'Antico Testamento ci sono trecentocinquanta promesse che riguardano Gesù. Isaia è quello più ricco—Isaia è quello che ha più rivelazione riguardante il maestro. Ora noi sappiamo per certo—e abbiamo fede in Dio—perché andiamo a lui a pregare, perché siamo riuniti qui, perché crediamo in colui che ci ha dato la salvezza. E non l'abbiamo ricevuta soltanto per sentito dire, ma è la fede che è entrata dentro il nostro cuore, ci ha fatto credere che siamo salvati per mezzo dello Spirito, attraverso la rigenerazione.

Così come Gesù ha parlato della vigna—perché si tratta di quando si potano i tralci, di rigenerarla, affinché possa essere rinnovata e portare più frutto—"se domandate qualcosa," ma la condizione è questa: "se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi." E come facciamo a sapere che il Signore ci risponde? E quali parole devono dimorare in noi? È importante sapere che quando preghiamo, prima cosa, la nostra preghiera non deve trovare impedimento, e che non ci siano ostacoli. Perché il quadro si allarga. "Signore, tu hai detto che possiamo chiedere, ma tu stesso sei un impedimento alla preghiera." Chiedilo prima. Poi se tutto va bene, non ci sono problemi.

Del resto, un insegnamento particolare ce l'ha dato un giorno un cieco che era nato cieco. E questi Farisei non riuscivano a spiegarselo: "Ma veramente sei nato cieco?" E dicevano: "È certo." E chiamarono i suoi genitori, no? Conoscete la storia. E i genitori: "Noi sappiamo che nostro figlio è nato cieco, ma riguardo ai motivi della cecità non sappiamo, e riguardo a chi gliela ha aperta non lo sappiamo. Chiedetelo a lui." E lui è maggiore di età, egli parlerà di se stesso. E i genitori non volevano tanto manifestarsi perché Gesù aveva fatto il miracolo quel giorno. Ma che cosa ci insegna questo cieco? Se non ci sono ostacoli alla preghiera, il cieco dice: 'Ora noi sappiamo che Dio non esaudisce i peccatori. Se avessi peccato, tu non mi avresti dato ascolto.' Quindi noi diciamo: "Signore, noi ti abbiamo chiesto come dice la tua parola, e la tua parola dice 'Se chiedete qualcosa nel nome mio io vi esaudisco.' Ma non c'è nessun esaudimento."

E il Signore dice: "Aspetta, allarga il quadro, e poi vediamo qual è il motivo. Perché la mia parola è fedele, ma probabilmente c'è qualche altro intoppo." Il cieco dice a questi Farisei: "Noi sappiamo che Dio non esaudisce i peccatori. Ma se uno è pio verso Dio e fa la sua volontà, egli lo esaudisce." Questa è la fede. È inutile che ci chiediamo: "Ma non sono forse più i tempi che Dio risponde?" Chi l'ha detto? A me risponde sempre, anche quando non sento. Però so che ho fatto una preghiera a uno che ha un orecchio abbastanza aperto. E questo ci insegna la Scrittura: il fatto di andare a lui e pregare, e avere anche la certezza che c'è chi ci sta ascoltando riguardo alle nostre richieste. Lì dobbiamo allargare un po' la nostra visione.

"Se le mie parole dimorano in voi"—bisogna avere anche una conoscenza più profonda della parola di Dio. Se noi trascuriamo la parola di Dio, non impariamo nemmeno i versetti più importanti. Leggiamo, ma non ci ricordiamo nemmeno dove l'abbiamo letto. Come vuoi che Dio possa esaudire ciò che stai chiedendo? Perché ciò che tu chiedi deve essere anche scritturale, no? Basato sulle Scritture. Giacomo ci insegna una cosa importante. E se tu e io abbiamo questa semplice fede di credere a ciò che sta scritto: "Se le mie parole dimorano in voi, Signore, io ho sbagliato e fatto qualcosa, e avrei avuto bisogno di più sapienza." No, perché la sapienza è la cosa più importante, dice la parola nel libro dei Proverbi. E allora che cosa ci insegna l'apostolo Giacomo? Dice: "Se qualcuno di voi manca di sapienza la chieda a Dio, che dona a tutti liberamente senza rimproverare. E gli sarà data. Ma credi tu?"

Credi tu? Quando tu chiedi sapienza, dice: "Mi è venuto di chiedere sapienza." Ah, a me invece no. Non mi è venuto di chiedere sapienza. Io so soltanto che se la sua parola dimora dentro al mio cuore e conosco il passo di Giacomo—che Dio mi ha detto "Chi non ha sapienza la chieda a lui e io gliela darò"—e questa è una promessa basata sulla sua parola. È la mia richiesta di preghiera. E "le mie parole dimorano in voi"—ma è la parola che deve dimorare dentro di te per avere la certezza che tu puoi presentare al tuo Signore, che è la Parola, ciò che lui stesso ha detto. Altrimenti il nostro caro Neemia non avrebbe ricostruito Gerusalemme nelle sue mura se non avesse fondato il suo pensiero su quello che è la parola di Dio.

Allora cominciamo a imparare: non solo come chiedere, ma impariamo ciò che la Scrittura ci ha detto. Come Gesù ci ha parlato, dicendo "Se dimorate in me"—prima di ogni cosa, nel senso che anche la nuova nascita e lo Spirito Santo devono stare dentro di noi, e insieme a quello la parola di Dio. La parola di Dio in noi non deve essere una semplice lettera, ma deve essere scritta con lo Spirito, dove noi possiamo dire al Signore: "Sei tu che l'hai detto, e io mi azzardo a chiedere quello che tu hai detto nella tua parola."

Neemia, quando ha sentito che le mura di Gerusalemme erano distrutte, si è pentito e ha pianto per il peccato del popolo, per il suo peccato. E lui dice, al capitolo 1, queste parole al verso 8. Ricordati! Lui dice al Signore, mentre prega: "Ricordati della parola che tu ordinasti a Mosè tuo servo, dicendo: 'Se peccherete io vi disperderò fra i popoli.'" Ed è vero, no? Quello che Dio disse in Deuteronomio a Mosè. "Ma se tornerete a me, osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, anche se i vostri dispersi fossero ai confini del cielo, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi abitare il mio nome."

Neemia mette davanti a Dio le sue stesse parole, e dice al Signore: "Ricordati che tu hai detto che se noi torniamo a te con tutto il cuore tu non ci respingi, tu ci esaudisci, tu fai quello che hai detto." Questa preghiera lo portò ad avvicinarsi al Re di Babilonia, a chiedere di poter tornare a ricostruire le mura di Gerusalemme. Ma la sua richiesta di preghiera era basata su ciò che era la parola che dimorava in lui. Si ricordò che cosa Dio aveva detto a Mosè, e su quella parola legò la fedeltà di Dio a quello che era stata la sua richiesta. E tutti gli uomini di Dio che hanno pregato hanno fatto la stessa esperienza.

Ora noi, fratelli, abbiamo bisogno di vivere la parola. Di esperienziarla. Questo l'ho sentito l'altro giorno da una donna che, mentre stavamo parlando, lei stessa mi diceva: "Allora bisogna viverlo, no? Per esperimentare e quindi testimoniare l'Evangelo." Esattamente. E quindi quando noi vediamo quelle che sono state le parole di Gesù ai discepoli in questo capitolo, dobbiamo fermarci un momento. Questo ci potrà aiutare a dire: "Aspetta un momento, Davide, hai pregato per questo, ma ancora non è successo. Stai pregando da anni per questo, ma ancora non è successo. Alcune cose sono state messe nella preghiera, e Dio ha esaudito." Allora dobbiamo chiederci soltanto: Se colui che ha fede, dice Giacomo, chiede qualcosa, la chieda con fede senza dubitare. Altrimenti sarà come l'onda del mare sbattuta a destra e a sinistra. E così facendo mettiamo in dubbio anche la fedeltà di Dio.

Quel che Gesù ci ha voluto insegnare in questo passo—e chiudo—è il dimorare in lui e le sue parole in noi. E lo dice poi riguardo ai comandamenti. Quando lui dice: "In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, e così sarete miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così ho amato voi. Dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti dimorerò"—non si stacca dalla parola, rimane legato. Ma lo fa per amore, non lo fa per religiosità, perché deve leggere, perché qualcuno gli dovrà chiedere "Che cosa hai letto stamattina?" Ma no, è perché sente nel cuore di dover parlare con Gesù fin dal mattino, e chiedere che sempre più il Signore lo possa riempire.

Del resto, come leggiamo al verso 11: "Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia piena." Perciò ho detto queste cose. Guardate, cari fratelli, ve l'ho detto già altre volte: dal capitolo 13 della Santa cena fino al capitolo 17, che noi leggiamo, c'era un rapporto di intima comunione di Gesù. Prima che fosse arrestato c'era quel senso, quel desiderio forte che Gesù potesse trasmettere ai discepoli l'insegnamento della Santa cena, l'insegnamento di amarvi gli uni gli altri, l'insegnamento "Io vi manderò lo Spirito Santo." Quelle poche ore che Gesù è stato con i discepoli durante e dopo la Santa cena, prima che fosse arrestato, sono questi capitoli così importanti per noi, affinché noi possiamo apprendere le cose che Gesù ci ha detto.

Siamo stati costituiti per servire, per non rimanere inermi né stagnanti, ma siamo stati scelti da Dio perché possiamo continuare la sua opera. Questo è importante, in modo che ci rendiamo conto che anche noi, col passare degli anni, assumiamo delle responsabilità e cresciamo. Perché il vigneto viene mondato o potato ogni anno. E l'agricoltore, dopo che ha visto questo lavoro che ha fatto nella vigna e visto questi grappoli di uva, si rallegra per aver avuto cura. E noi, dall'altro canto, ci rallegriamo perché siamo stati legati alla vite come tralci e abbiamo assorbito tutta quella linfa vitale che ci porta avanti, che ci fa vivere, che ci rende verdeggianti. Questo è quello che Gesù ci ha insegnato, e che lui vuole che possiamo portare avanti.

E adesso io credo sia opportuno anche per noi riflettere. Stiamo per passare anche un anno, e ogni anno noi parliamo come se volessimo aspettarci qualcosa di nuovo. E allora siamo impazienti qualche volta. Ma parlo a quelli che hanno il desiderio di progredire nelle vie del Signore, parlo a quelli che hanno a cuore le vie del Signore, l'avanzamento dell'Evangelo, il progresso personale spirituale. Per rendersi conto, esaminandosi, e dire al Signore: "Che frutto ho portato quest'anno? Sono cresciuto nella conoscenza della parola? Sono maturato? Che passi ho fatto?"

Tutte queste domande ci vengono spontanee per capire che lavoro ha fatto il vignaiolo nella nostra vita. E noi ci siamo lasciati mondare i nostri tralci come erano. E questo è quello che ci aiuta a capire che dobbiamo rimanere, o dimorare, in Gesù continuamente —una comunione continua, una ricerca continua, una crescita continua. Perché così partono i germogli. Una volta che parte il germoglio, procede verso il frutto, fino alla maturazione, fino a che l'agricoltore vede la pienezza del suo lavoro. E noi insieme a lui possiamo rallegrarci di vedere tutto ciò che glorifica Cristo, perché tutto si fa per la sua gloria.

Amen.