L'uomo interiore si rinnova giorno dopo giorno

Leggiamo al capitolo 4, verso 16: «Perciò noi non ci perdiamo d'animo, ma anche se il nostro uomo esteriore va in rovina, pure quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti la nostra leggera afflizione che solo per un momento produce per noi uno smisurato, eccellente peso eterno di gloria. Mentre abbiamo lo sguardo fisso non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono, poiché le cose che si vedono sono solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne. Sappiamo infatti che se questa tenda, che è la nostra abitazione terrena, viene disfatta, noi abbiamo da parte di Dio un edificio, un'abitazione non fatta da mano d'uomo, eterna nei cieli.

Poiché in questa tenda noi gemiamo, desiderando di essere rivestiti della nostra abitazione celeste, seppure saremo trovati vestiti e non nudi. Noi infatti che siamo in questa tenda gemiamo, essendo aggravati, e perciò non desideriamo già di essere spogliati, ma rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. Ora colui che ci ha formati proprio per questo è Dio, il quale ci ha anche dato la caparra dello Spirito Santo. Noi dunque abbiamo sempre fiducia e sappiamo che mentre dimoriamo nel corpo siamo lontani dal Signore. Camminiamo infatti per fede, non per visione. Ma siamo fiduciosi e abbiamo molto più caro di partire dal corpo e andare ad abitare con il Signore.

Perciò ci studiamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che partiamo da esso. Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al Tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia in bene che in male.» Amen.

Come ho detto domenica, Paolo scrive la prima lettera da Efeso ai Corinzi perché sente che questa chiesa aveva fatto uno scivolone, era uscita fuori da quello che era lo standard della moralità della cristianità, dell'evangelo stesso. Benché questa chiesa avesse anche tutti i doni che Dio aveva provveduto, allo stesso tempo vediamo come Paolo elenca una serie di circostanze nella vita quotidiana di questa chiesa che non andavano più. Ma per i Corinzi ormai si erano così tanto chiusi gli occhi che tutto era diventato normale: sopportare il fornicatore, quelli che non lavorano, quelli che gozzovigliavano, quelli che andavano alla santa cena ed erano ubriachi.

Insomma, si era creata una situazione dove Paolo scrive nella seconda lettera: «Io vi ho scritto con lacrime». Questo è il sentimento di Paolo: per lui la chiesa non era qualcosa a cui aveva fatto il suo dovere di andare a evangelizzare come Gesù gli aveva comandato secondo la sua chiamata e il suo mandato, ma per lui la chiesa era il suo stesso corpo, la sua stessa anima, il suo spirito. E quindi in Paolo possiamo vedere l'uomo che non si muove per dovere, ma per amore. Quei sacrifici che lui fa, esponendo la sua vita, li fa perché nel suo cuore c'è amore per l'opera di Dio. Era preoccupato per quello che aveva sentito, e quindi è forte la lettera che lui scrive.

Alcuni lo vogliono riprendere, dicendo: «Sì, certo, lui sa scrivere bene, è forte pure quando scrive, ma la sua presenza dove sta?» Paolo era dispiaciuto anche per questo e risponde a questi, perché nella chiesa ci sono sempre gli scettici, quelli che hanno sempre qualcosa da dire, ma poco da fare. E quindi vediamo come Paolo già dal capitolo 12 comincia ad essere più morbido, prospettando alla chiesa, sempre in primo Corinzi, parlando dei doni, parlando dell'amore. E alla fine, al capitolo ultimo della prima lettera, Paolo parla della Resurrezione, della vita eterna, di come il corpo naturale diventa spirituale.

Di come alcuni fanno la domanda come se non ci fosse risurrezione. Quindi sembra che quello che Paolo aveva insegnato, piano piano piano, l'avversario, il maligno, attraverso le sue macchinazioni lo aveva divorato. E quindi Paolo doveva ricominciare da capo, spiegando ad alcuni e dicendo: «Ma se non c'è Risurrezione, Cristo è risuscitato invano, vana pure la vostra fede. Se siamo vissuti per questa vita soltanto, siamo gli uomini più poveri e miserabili della terra».

Fermiamoci un momento qua. Se siamo vissuti per questa terra soltanto. Vedete fratelli, in questo passo che io ho letto, Paolo scrive ai Corinzi e vuol far vedere che l'eternità, lo scopo ultimo del credente, non sono le cose che si vedono, le cose che viviamo giornalmente, che pure sono una benedizione: il cibo, l'aria che respiriamo, le attività che facciamo. Ma Paolo vuole dire a questi credenti: «Guardate che tutto quello che facciamo nel corpo, su questa terra, non serve per questa terra, serve per l'eternità». Le cose che Paolo dice alla chiesa — e non dimenticate come ho detto domenica — la ragione per cui voi vi siete convertiti è unicamente perché c'è una promessa: una promessa di una vita futura, di una vita con Gesù.

E quindi Paolo vorrebbe dire: «Io tengo non alla quotidianità della vostra vita, che è normale, ma voglio portarvi verso la santificazione. Voglio farvi comprendere che senza quella non potrete vedere Dio». Voglio farvi comprendere che senza la santificazione, il peccato prenderà il posto nella vostra mente, nel vostro cuore. Soltanto Satana regnerà. Che Paolo dice: «L'Dio di questo mondo ha accecato le menti degli uomini».

Ho detto un giorno a qualcuno che quando uno non ha la mente di Cristo e non è convertito, la sua mente è sotto l'effetto di Satana. Lì per lì sembra pesante dirlo, no? Ma non possiamo deviare dalla Parola di Dio, perché se approfondiamo ciò che sta scritto, le menti naturali, quelle persone che sono incredule, che non credono in Dio, di chi è assorbita quella mente? Perché se fosse la mente di Cristo, dello Spirito Santo, crederebbero, si convertirebbero e andrebbero a Gesù. Quelli che non lo fanno hanno una mente controllata dal malvagio, che li rende increduli. E Paolo dice: «L'Dio di questo mondo ha accecato le menti». Non vi scandalizzate quando sentite parlare in questa maniera, perché così è scritto. Non lo dico io.

Alla chiesa, Paolo si rivolge una seconda volta con la seconda lettera. Dice: «Il nostro uomo esteriore va in rovina». Si invecchia, e chi è che non lo sa? Forse i giovani non lo capiscono, gli adolescenti non lo sanno, perché si sentono forti e hanno la salute. Ma chi come me, quando comincia a passare una certa età, si presentano un po' di difficoltà nel corpo fisiologico. Allora capisce che piano piano questo vaso esteriore, dice Paolo, va in rovina, questa tenda si invecchia. Ma Dio ci ha dato però il privilegio di vedere con i nostri occhi che proprio quelli che invecchiano, proprio quelli dove il loro corpo ormai va in disfatta, sono quelli che sono rinnovati interiormente.

E questo non lo trovi nei giovani, in fede, in quelli che hanno un po' di salute in più. Quelli che sperano nell'eterno acquistano nuove forze — dice Isaia — quindi si ringiovaniscono. E quello che noi possiamo vedere è che ciò che sta interiormente, con gli anni, con la santificazione e con la perseveranza, conosci di più il Signore. E quando conosci di più il Signore, ti rinnovi, perché sei interessato affinché Gesù viva in te e non ti stanchi. Perché non è l'età che ti porta a rassegnarti, a stancarti o ad andare in pensione. Anzi, e questo vorrebbe dire Paolo, incoraggiando anche i fratelli di Corinto, dicendo che il nostro uomo esteriore va in rovina, ma quello interiore si rinnova giorno dopo giorno. Questa è un'esperienza che dovremmo fare un po' tutti quelli che come me stanno superando l'età, e io spero che succeda questo.

Paolo parla dell'afflizione. Vuole dire al popolo di Corinto che la nostra leggera afflizione, lui dice, è solo per un momento. Se uno studia la vita di Paolo, si accorge che la sua afflizione era solo per un momento. Quando noi andiamo in Secondo Corinzi, leggiamo tutte le sofferenze di Paolo: come era stato maltrattato, come era stato lapidato, come era stato frustato quante volte. Ma lui dice: «Una leggera afflizione». Perché? Perché lui pensa alle sofferenze di Cristo. Rispetto alle sue, non erano una leggera afflizione. E allora Paolo dice: «Questa leggera afflizione, quello che noi soffriamo su questa terra — che a noi qualche volta una prova dura un po' di giorni, no, qualche volta qualche mese, e pensiamo: "Quanto è lunga questa sofferenza"» — magari è pure vero, perché Dio non ci prova oltre le nostre forze. Ma allo stesso tempo non ha da paragonarsi, dice Paolo, perché produce in noi uno smisurato, eccellente peso eterno di gloria.

Quindi Paolo vuole portare noi oggi e la chiesa di allora a pensare all'eternità. Se tu pensi a quello che sarà la gioia eterna, la vita eterna, la gloria col nostro Signore, le sofferenze di questo tempo dovrebbero accorciarsi secondo il nostro sentimento. E pensare invece che Dio ha preparato qualcosa di migliore per noi, come dice anche in Ebrei al capitolo 11. Ma c'è una cosa che io non vedo oggi, la vedo raramente. Non è perché non se ne parla, perché tutti leggiamo la Parola di Dio. Ma è perché il nostro cuore ancora è fossilizzato alle cose visibili, alle cose che si vedono, e non abbiamo il cuore rivolto a ciò che non si vede.

Ma ciò che non si vede non te lo puoi nemmeno immaginare, perché è qualcosa che tu non lo vedi, ma che lo senti nello spirito. Ed è per questo: mentre abbiamo lo sguardo fisso! Lo sguardo fisso a che cosa? Io posso guardare una cosa fissa: un orologio, un fratello, una sedia, un libro — fisso lo sguardo perché lo vedo. Ma Paolo parla questa volta in maniera più profonda e dice: «Mentre abbiamo lo sguardo fisso non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono, perché le cose che si vedono sono solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne».

Il male di oggi, parlo a livello generale, è che i cristiani vivono per le cose che si vedono e hanno abbassato la testa. E quelle cose gli portano soddisfazione. Vivono per quelle cose. Qualsiasi cosa. Perché quando Paolo dice "le cose", s'intendono tante cose. Chi è che pensa solo qualche minuto alla gloria celeste? Alle parole di Gesù: «Io vado a prepararvi un posto». A quello che sta scritto in Apocalisse. Il pensiero c'è, sfiora il pensiero, di dire: «Certo, il cielo sarà una cosa meravigliosa». E quanti hanno voluto raccontare di quelle visioni che sono stati portati in cielo non hanno fatto altro che esaltare il loro stesso cuore, perché non potevano trasmettere agli altri quell'esperienza che hanno fatto per pochi attimi, quando Gesù li ha trasferiti in cielo e gli ha fatto vedere gli angeli, come era fatto una parte del cielo. E questo non si può spiegare.

Ma la realtà, qual è? Ditemelo voi. Le cose che vediamo sono una realtà, o le cose che non vediamo? Un credente si deve fermare e capire: le cose reali, le cose vere, sono quelle che non si vedono. Sono quelle che Dio ha preparato per noi. Quelle che noi vediamo sono la quotidianità, le cose che è naturale che dobbiamo fare, fin da quando al mattino ci alziamo e quando andiamo a ritirarci la sera. Le nostre attività, le nostre responsabilità non hanno niente di reale, perché Paolo dice: queste cose passano, sono solo per un tempo. E allora noi dobbiamo fermarci e pensare un momento: ma se abbiamo lo sguardo fisso alle cose che non si vedono, come dovrebbe essere la nostra testimonianza? Come è il nostro cammino? Come ci muoviamo? Come parliamo? Come ascoltiamo?

Abbiamo detto domenica che non tutte le cose sono necessarie, non tutte le cose sono lecite, come abbiamo letto, come dice Paolo. Però Paolo dice: «Io non mi lascerò dominare da cosa alcuna». Non pensate voi che ognuno, quando legge questi passi della Parola, si ferma davanti a Dio in riflessione e dice a se stesso: «Ci sono delle cose normali nella mia vita, però dominano la mia mente e il mio cuore»? Magari qualcuno dirà: «Ma sei proprio legato a queste cose». Esatto! Forse "legato" è la parola giusta. Essere legati vuol dire essere dominati, essere sotto il controllo della carne e non dello spirito. Perché possono esserci — non è necessario che sia un peccato — attività della vita dove prendono il nostro cuore e ci portano un po' lontani da quello che è la realtà spirituale. Così Cristo passa al secondo, al terzo posto. Anzi, non abbiamo più tempo per lui, perché tante attività della nostra vita ci portano lontano.

Vero è che Paolo dice: «Mentre siamo lontani dal Signore non possiamo stare con lui». Ma Paolo desidererebbe stare vicino a Gesù. Non è che Paolo vuole morire, attenzione! Ma lui c'ha questo desiderio. Forse perché un giorno è stato rapito fino al terzo cielo, ha capito che cos'è la gloria celeste. Dio lo ha portato fino a quel punto. E allora lui dice: «Per me sarebbe meglio partire che rimanere su questa terra. Ma se rimango lo faccio per voi, perché voglio che io sia di aiuto a voi». Questo era il sentimento di Paolo.

Allora lui dice: «Non vi preoccupate di questa vostra tenda se sta piano piano deteriorando. È una tenda, ma Dio,» dice Paolo, «ha preparato un edificio». È diverso, no? Una tenda con un edificio è un'altra cosa. Un'abitazione non fatta da mano d'uomo, ma eterna nei cieli. Dice il salmista che Dio ha messo nel cuore degli uomini il pensiero dell'eternità. Vedete fratelli, se noi non abbiamo la mente, il cuore esercitato — perché la nostra speranza non è qui, alle cose che vediamo, ma alle cose che stanno nel cielo — quando noi ci esaminiamo e diciamo: «Ma c'è un legame nella mia vita, c'è qualcosa che mi domina», come Paolo dice: «Non mi lascerò dominare da cosa alcuna». Non c'era niente nella vita di Paolo, perché lui non si faceva dominare da cosa alcuna. Perché la primizia della sua vita era Cristo e soltanto Cristo Crocifisso.

Quando Cristo occupa l'intero cuore, non c'è più posto per altre cose nella vita. Quindi un esame sarebbe buono quando noi ci fermiamo e diciamo: «A che cosa è che non posso fare a meno? Perché sono dominato da quella cosa?» E allora lì ti fermi e consideri che anche questo è un peccato di omissione. Perché quando qualsiasi cosa di questa vita occupa il tuo cuore e tu non riesci a liberarti, non devi fare altro che esserti raggiunto dallo Spirito Santo, di riconoscere che dispiace a Dio che quella cosa occupi il tuo cuore.

Il popolo di Israele nel deserto aveva dimostrato proprio questo sentimento. Nelle promesse di Dio, nell'importanza di Dio stesso, si lamentava perché mancava la carne, mancava l'acqua. Qualche volta si lamentava perché la Manna — si erano stancati della Manna. Si lamentavano sempre e per questo si ribellavano, perché non avevano la speranza di Canaan, la visione. Nel dire nostro, cari fratelli, dobbiamo sopportare il deserto perché davanti a noi c'è la terra di Canaan, c'è la terra promessa, la terra che Dio ha preparato per noi. È un giardino dove scorre latte e miele. Ma al momento si lamentavano, si ribellavano, peccavano, perché non avevano la visione di quello che Dio gli aveva messo davanti.

Va avanti così. Paolo ora — colui — dice al verso 5: «Colui che ci ha formati proprio per questo è Dio, il quale ci ha anche dato la caparra dello Spirito Santo». Che significa questo? Colui che ci ha formati per queste cose. Per quali cose? Per la terra, per il conto in banca, per un buon lavoro, per la nostra stessa famiglia? No. Paolo sta dicendo: «Colui che ci ha formati per queste cose è Dio. Per queste cose ci ha formati Dio. Per quelle cose che non si vedono, che lui ha preparato, che sono eterne». Il quale ci ha dato anche la caparra dello Spirito Santo.

Ci ha dato un anticipo, no? Perché attraverso lo Spirito Santo noi possiamo discernere le cose che si vedono, che non sono eterne, ma che sono solo per un momento. E attraverso lo stesso Spirito noi possiamo capire che la ragione della nostra esistenza, dal momento che abbiamo accettato Gesù, non è questa terra. Perché questa terra, benché fosse anche — come dice Mosè nel Salmo 90 — che l'uomo forte vive 70, 80, poi anche 90 anni, se tutto va bene. Se poi c'è un'interruzione prima, e chi lo sa? Sappiamo sempre qual è il certificato di nascita, ma l'altro certificato non lo conosce nessuno.

E quando senti certe notizie, dove dovremmo riflettere, come quella che abbiamo sentito ieri di quell'incidente mortale: chi di quelle persone che ha lasciato la vita ha mai pensato che non sarebbe arrivata a casa? Ognuno aveva fatto la sua attività. Una maestra di scuola, un'altra stava tornando da un'altra attività. Ma c'era un pagamento che loro non conoscevano e che nessuno di noi conosce, anche se siamo figli di Dio, perché Dio è sovrano e non ci dobbiamo illudere. Pure non era da molto che ho sentito che una sorella di 23 anni, in un incidente stradale, ha perso la vita. Una giovane di 23 anni, una sorella in Cristo. Allora vedete fratelli, che cos'è l'eternità se all'ultimo momento non siamo trovati, come dice Paolo, rivestiti e non nudi?

Non c'è una ragione per cui noi ci siamo convertiti a Cristo? Per che cosa? Per paura di andare all'inferno? Questa è la condizione più amara che un credente possa mai mettere nel suo cervello: «Meno male, mi sono salvato, non vado più all'inferno». E allora Dio ci ha formati proprio per questo. Noi dunque abbiamo sempre fiducia e sappiamo che mentre dimoriamo nel corpo siamo lontani dal Signore. Non è vero, dici? No, ma in spirito lo so. Certo, perciò Dio ci ha dato la caparra dello Spirito Santo, perché possiamo continuamente essere sotto la sua influenza. Ma allo stesso tempo dice qui che mentre siamo lontani dal Signore, noi vorremmo stare vicini al Signore, no? Conoscere Gesù fisicamente, come egli ci ha promesso che sarà un giorno.

Perciò dice: «Noi camminiamo infatti per fede e non per visione. Non per ciò che si vede». Noi camminiamo per fede, per ciò che non si vede. Perché la fede — che fede è se la cosa la vedi? — Ma quando non la vedi, tu credi in qualcosa che è reale. E la fede ti porta in una realtà spirituale che nessun uomo vede. La vedi solo tu, che Dio ti ha dato la caparra dello Spirito per camminare quella fede. Ecco qual è il modo di camminare dei cristiani.

Ma siamo fiduciosi, dice Paolo: «E abbiamo molto più caro di partire». Paolo pensa — avrei detto: «Io, io voglio rimanere ancora, no»? — Non diciamo così. No, io sono troppo giovane, non voglio partire. No, io ancora mi devo realizzare. Io prima voglio fare una famiglia. Io che c'ho una casa mia. Io voglio e diciamo tutto ciò che vogliamo. Ma Paolo dice: «Siamo fiduciosi in questo, abbiamo a cuore quello di partire dal corpo e andare ad abitare col Signore».

Eh, adesso diventa difficile. Chi è che vuole partire in questo momento? Chi è che dice «voglio partire, voglio andare col Signore»? Forse lo direbbe qualche persona che sta soffrendo da tanto tempo per una malattia o per una situazione grave, e allora dice: «Quanto vorrei partire col Signore». È vero, perché la sofferenza ti porta a pensare anche questo. Ma in una condizione buona, nessuno vuole lasciare questa terra. Nemmeno io. Perché probabilmente vorremmo che Dio compisse in noi un'opera più profonda, perché è bello pensare che noi possiamo sperimentare il Signore mentre siamo in questa tenda e vedere tutte le promesse di Dio che ha fatto per la nostra vita e per la chiesa. Quindi vorremmo rimanere ancora nel corpo. E un giorno, certamente, abitare con il Signore è un'altra cosa. Non entra nella nostra immaginazione.

Perciò ci studiamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che partiamo da esso. Allora qual è lo scopo? Perciò dice Paolo: «Ci studiamo». Non dice «ci arrangiamo», ma «ci studiamo». Fare uno studio, come piacere. E chi è che si studia per piacere a Dio? Chi è che fa di tutto per dire: «Devo togliere le scorie della mia vita, devo togliere ciò che mi domina, devo togliere ciò che è superfluo». Insomma, mi devo santificare. Perché questo è il modo ideale per piacere a Dio.

Perciò ci studiamo di essergli graditi, sia che stiamo nel corpo, sia che partiamo dal corpo con il Signore. Quindi finché siamo in questo corpo, facciamo di tutto per essere graditi al Signore. E facciamolo per amore. Una ragazza che si è innamorata non esce di casa tutta spettinata, tutta disordinata, come si alza la mattina. Sa di incontrare lo sposo. Che cosa fa? Non si prepara? Non si abbellisce un poco, qualcosa che possa piacere al suo fidanzato? No. E allora si studia come sembrare più bella. Si guarda allo specchio, sceglie la pettinatura, sceglie come vestirsi, qualcosa per essere gradita a colui che ama. Perché per questo si fa. E Paolo dice: «Studiamo per questo».

Un giorno, dice Paolo, noi tutti dobbiamo comparire davanti al Tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia bene che in male. Che cosa facciamo, fratelli, se un giorno dobbiamo comparire davanti al Tribunale di Cristo e dare conto di quello che? Ancora alcuni non si rendono conto. Non vogliono portare avanti un processo di purezza, di santificazione, di piacere al Signore. Vogliono — hanno deciso di andare avanti così. Si va avanti così, e un giorno tutto verrà alla luce. Il tribunale. Gesù un giorno compariva nel Gabbata, al tribunale, per essere giudicato.

Noi un giorno compariremo davanti a Dio in tutto ciò che abbiamo fatto, quando eravamo nel corpo, sia bene che male. Non per questo dobbiamo aver timore o paura, perché chi vive per Gesù e vive nella pace, nella gioia, studiandosi di come piacere a lui, non deve temere nessun tribunale, non deve temere nessun giudizio. Perché lui ha fatto tutto per quel giorno e quel giorno sarà così.

Dice l'Eterno: «Ogni ginocchio si piegherà davanti a me, dice l'Eterno degli eserciti». E allora non è meglio che ci fermiamo e riflettiamo? Io vivo. Perché non vivo? Forse per Cristo? Non vivo per amor suo? Non dovrei camminare per amor suo e onorarlo? Non viviamo più per te stesso? Non viviamo più per noi stessi, perché c'è uno che ha dato se stesso per te, perché tu potessi un giorno comparire davanti a lui. E come abbiamo letto, noi siamo stati formati per questo: per abitare col Signore, per gioire, come cantiamo nel Cantico: «Gioia eterna nel mio cuore». E questa gioia dobbiamo sentirla già oggi, nella viva speranza di sciogliere tutti i legami che su questa terra ostruiscono il passaggio dello Spirito Santo nel nostro cuore e ci allontanano dalla comunione con Gesù. Invece di riavvicinarci, quindi di rivestirci di Cristo. E questo è quello che Paolo ha voluto dire alla chiesa dei Corinzi.

Questi sono gli insegnamenti che Paolo ha voluto dire a questa chiesa: «Non vi lasciate ingannare. Non ci si può beffare di Dio». Questo è importante. Perciò perseguiamo questa via nel timore e nel tremore davanti a Dio, studiando di piacere a lui giorno dopo giorno. Che cosa è gradito a lui? Non lo puoi fare con una mente naturale. Lo puoi fare soltanto con ciò che abbiamo letto: quando abbiamo letto che per questo egli ci ha dato la caparra dello Spirito Santo. Amen, amen.

Andiamo a riprendere la preghiera. Alzarsi in Gesù.

Padre, noi ti ringraziamo ancora per questo tempo di grazia che tu ci hai concesso. Sapendo di dover stare davanti alla tua Parola, a cui noi ti chiediamo che possiamo tremare davanti ad essa, poiché questa è la tua Parola, non la parola di un uomo. Ma la mia preghiera — e io credo ancora la preghiera dei miei fratelli — sia quello che il nostro cuore possa essere afferrato, preso da quella grazia dello Spirito, per portarlo più vicino a te. E che il tuo amore sia ancora più grande nei nostri cuori. E che ogni cosa che facciamo sia gradita ai tuoi occhi, unicamente perché possiamo onorarti come tu ci hai onorato anche questa sera con la tua Parola, insegnando a noi la via che dobbiamo percorrere.

Perché tutto ciò possa contribuire all'edificazione, al bene di quello che noi stessi siamo davanti a te, con l'unico pensiero di sapere che non apparteniamo più a noi stessi, ma che siamo stati comprati a prezzo. Perciò, Signore, noi ti chiediamo grazia affinché tu possa dirigere i nostri passi giorno dopo giorno, affinché con sapienza e discernimento possiamo così camminare rettamente davanti alla tua persona. Cristo in noi è la speranza della gloria. Perciò, Signore, noi ti chiediamo grazia di guardare alle nostre debolezze e sapere, Signore, che abbiamo bisogno della tua forza per poter realizzare quell'opera che hai iniziato in noi e che tu stesso la vuoi portare a compimento per la tua gloria nel nome di Gesù. Amen, amen, amen.