L'attitudine di Giobbe

Leggiamo Romani 6, Romani 7, e tanti si sono fermati a Romani 6, qualcuno a Romani 7. Ma Dio vuole che noi possiamo entrare in Romani 8. Lì c'è la maturità spirituale, l'uomo che è cresciuto, l'uomo che sa dividere. Intendo anche la donna—no, le sorelle, i fratelli, tutti. E questo è importante. Questo è l'obiettivo, la meta che Dio si propone per i credenti: che possiamo essere uomini maturi. Questo è importante. Quindi esaminiamo in profondità, in modo che io mi ponga la mattina davanti al Signore. Dico io, per dire voi. Prendo la parola e dico: "Signore". Pensate che io soffro di sordità? No. Allora la mattina mi piacerebbe mettere gli apparecchi per sentire. Ma quando metto gli apparecchi, sento il gallo che canta, la gallina che ha fatto l'uovo. Non voglio sentire nessuno. Non li metto proprio. Sto nel silenzio, perché è un momento particolare.

Quando noi siamo in silenzio davanti alla presenza del Signore, possiamo pregare e dire: "Signore, parlami questa mattina, perché tu ed io dobbiamo affrontare una giornata. Ognuno per sé: chi nelle scuole, chi al lavoro, chi negli uffici, in ospedale". E questo è importante: che noi siamo attrezzati interiormente, preparati per affrontare una giornata dove il nostro avversario è pronto nei punti deboli a sferrare un attacco. Però, se siamo fortificati dalla parola di Dio, allora io vi dico che il Diavolo non può approfittare così con facilità. Non è così? È importante che chiudiamo la porta e non lasciamo porte aperte, in modo che il maligno non entra e non esce quando vuole. Siate saggi. Siamo avveduti, perché il Signore in questi tempi ci vuole fortificare, essendo tempi difficili dove abbiamo tanti combattimenti, prima interiori ma anche esteriori. Abbiamo bisogno di un cibo solido che ci rende forti nello spirito per affrontare quelle che sono le cose che noi oggi vediamo con i nostri occhi. Amen. Siete d'accordo?

Allora, volevo chiedervi se c'è una... [Applauso]. E verso di te che guardo con te, voglio camminare in mezzo le mani per incontrarti. Il mio cuore cantare per venire il tuo... Perù? Oh Gesù, Gesù, la mia vita te guardando la tua... La... Oh pace e gioia dentro il cuore da quando creduto in te... Al di là... Jesus, Jesus, Jesus, o Jesus. Gesù, oh Gesù. Io vò Gesù. Oh... [Applauso]. Gesù, accomodatevi. C'era un secondo coro, però eh, potete accomodarvi.

Giobbe, capitolo 1. Leggiamo dal verso 1 al verso 5: "C'era nel paese di Uz un uomo chiamato Giobbe. Quest'uomo era integro, retto, temeva Dio e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie. Inoltre possedeva 7000 pecore, 3000 cammelli, 500 paia di buoi, 500 asine e un grandissimo numero di servi. Così quest'uomo era il più grande di tutti gli orientali. I suoi figli solevano andare a banchettare in casa di ciascuno nel suo giorno e andavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. Quando la serie dei giorni di banchetto era terminata, Giobbe li andava a chiamare per purificarli. Si alzava al mattino presto e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. Perché Giobbe pensava: 'Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano bestemmiato Dio nel loro cuore'. Così faceva Giobbe ogni volta". Amen.

Non è che io voglio essere ripetitivo perché riguarda il libro di Giobbe. Noi possiamo parlarne non ore, ma anche giorni. È chiaro che il significato del suo nome è "egli grida". È importante che sappiamo anche questo: il libro di Giobbe è il più antico della Bibbia, è prima di Mosè, prima della Genesi. Lo sapevate? Questo è importante. Anche sapere le origini di Giobbe, da dove viene. Viene dalla tribù di Sem. E da qui esce quest'uomo dalla tribù di Sem. Uz era uno dei figli, uno dei pronipoti di Noè. E Uz era una città, perché quando un uomo costruiva una città, dava il suo nome.

Così c'era nel paese di Uz dice la Scrittura. Quest'uomo chiamato Giobbe. Che cosa ci insegna Giobbe nella Scrittura? Tanto è vero che lo troviamo anche più avanti e lo troviamo anche nel Nuovo Testamento. Ci insegna che quest'uomo era un uomo integro, retto. La giustizia di Giobbe ne parla anche in Ezechiele. E aveva timore di Dio. Ma come era venuto quest'uomo in contatto con Dio? Perché, temendo Dio, aveva anche una sua storia. Non è che un uomo nasca d'un tratto e adori Dio senza conoscere chi è questo Dio. Chi gli ha parlato di Dio? E perché la sua vocazione era verso un Dio a cui lui ha creduto?

E i suoi padri, i suoi nonni, gli hanno parlato riguardo alla sua discendenza, quelli che hanno seguito Dio, fra cui era Noè. Perché da Noè sono nati Sem, Cam e Jafet. Quindi lui viene da Sem. Quello che è importante però è che noi vediamo che quest'uomo aveva delle priorità assolute nella sua vita. Nel senso che di lui il Signore dice che era il più grande. Non dice nemmeno il più ricco. Il più grande di tutti gli orientali. Non si poteva dire: "Andiamo alla masseria di Giobbe", ma "Andiamo nel regno di Giobbe", per quelle che sono tutte le sue ricchezze.

Potete immaginare quanti terreni aveva, quante persone? 7000 pecore. Quante persone ci vogliono per portare avanti 7000 pecore e per mungere, perché si mungono pure le pecore, no? Così poi aveva i cammelli per commerciare nei deserti. Ci aveva le asine per portare i carichi. Quindi vediamo nella Scrittura quanti servi: un grandissimo numero di servi. Insomma, Giobbe era un uomo benedetto da Dio unicamente perché quest'uomo ha messo—e lo ripeto—Dio al primo posto.

Per che cosa ha messo Dio al primo posto? Da dove lo vediamo? Giobbe non era un uomo che pensava a se stesso. Era un uomo—dove io voglio fermarmi stasera—che si preoccupava e portava i pesi degli altri. Ho sentito la settimana scorsa: "Fratello, tu non puoi portare i pesi degli altri". A me si trattava di alcune responsabilità importanti davanti a Dio. Non ho dato nessuna risposta, però mi ha fatto riflettere. Sì, ma tu non puoi portare i pesi degli altri? A parte il fatto che la Scrittura dice: "Portate i pesi gli uni degli altri". Io chiederei a qualche genitore: mamma, padre, moglie—tu lasceresti i tuoi figli a se stessi?

Come invece non ha fatto Giobbe. Perché Giobbe si è preoccupato per la santificazione dei figli, per la responsabilità. Li ha portati all'altare. Ha sacrificato per loro. Li chiamava, dopo che stavano insieme. Perché Giobbe pensava—perché pensava Giobbe? Perché era prevenuto. Giobbe era un genitore prevenuto. Dieci figli. Perché quando si uniscono insieme, si sta insieme. I figli non è che avevano il timore di Dio come il padre. Ma qualcuno deve portare la responsabilità. E allora questi figli, un bicchiere forse in più, poteva succedere, no? Giobbe pensava: "Può darsi che quando stanno insieme non ci sia proprio quel timore di Dio.

Allora una parola, un bicchiere in più, si dice qualche bugia". E lui aveva questo timore. Giobbe. Ma per rispetto del suo Dio. Perché per lui era importante Dio. Poi venivano i figli. Ma i figli li voleva anche consacrare al Signore. E questo è importante per noi.

Che capiamo: un figlio lasciato a se stesso—sta scritto—fa vergogna a suo padre e a sua madre. Così dice in Proverbi. Giobbe non li ha lasciati a se stessi. Ma lui si preoccupava. Perché in quella grande benedizione che Dio aveva ricevuto, lui poteva aspettarsi: "Va bene, io ho timore di Dio. Va bene, io temo Dio, io fuggo il male. E i miei figli, che posso fare per loro? Niente". Ma i figli accettavano che il padre li chiamasse dopo i loro giorni di banchetto. E venissero da lui, perché lui presentava un sacrificio per ogni figlio e li purificava.

Quelli erano i patriarchi di una volta. Il rispetto. Quindi non erano quei figli come oggi, che sapete come funzionano. Già dall'adolescenza—non ne parliamo quando raggiungono la maggiore età—che rispetto perdono per i genitori. E questo non è una cosa buona. Perciò tante volte mi dispiace dirlo. Per quelli che anche sono i nostri governanti: quando dico "non possiamo tornare al Medioevo", no. Io tornerei ai tempi di Giobbe, per la verità.

Quello che è importante però nella parola di Dio è che noi troviamo: Giobbe temeva Dio. E nel timore di Dio, lui tutto ciò che faceva lo faceva davanti al Signore. Quella modo di fare di Giobbe—dico una parola—costringeva Dio a benedirlo. Perché Dio è legato alla sua parola. Ricordatevelo. Non lo dimenticate. Dio è legato alla sua parola. E quando il Signore dice a noi di fare certe determinate cose secondo la parola, lui lega la nostra vita alla sua parola. E lui è obbligato. Sì, è obbligato. Perché la sua parola. Dio si impegna con noi, e noi ci dovremmo un po' impegnare anche con lui. I figli sono un dono di Dio. E pensate questo: quella benedizione che Giobbe aveva era dovuta al fatto che Dio onorava quest'uomo. Ed era in assoluto, in certe cose, l'uomo più grande degli orientali.

Ma andiamo avanti. Vediamo in che cosa ancora Giobbe ha il primato. L'Eterno disse a Satana: "Hai notato il mio servo Giobbe? Poiché sulla terra non c'è nessun altro come lui". Capite questo? Sulla terra, come lui, non c'è nessuno. È un po' come Dio parlò con Salomone, quando disse: "Non c'è stato prima e non ci sarà dopo nessuno che abbia le tue ricchezze e la tua sapienza". Uno. E Giobbe era quell'uno. Era la testimonianza di Dio. Che gli ha detto a Satana. E Satana lo sapeva. Perché Satana lo sa: quando noi ci comportiamo in maniera retta, integra, e lui non poteva fare nulla contro Giobbe.

Non gli era permesso nulla, finché Dio non lo permise. Perché quando noi camminiamo nel timore di Dio—lo dice anche l'apostolo—"Allora resistete al diavolo, e egli fuggirà da voi". Non si avvicinerà a voi. Per questo era arrabbiatissimo. Perché è chiaro, no? Lo disse al Signore, all'Eterno: "È normale che Giobbe ti onori. Ma perché tu lo hai reso ricco". Era la sua solita bugia, che noi capiamo attraverso le Scritture. Era normale che Giobbe onorasse Dio solo perché Dio lo abbondava? Non è vero. Lo vediamo poi nei capitoli appresso. Quando Giobbe non aveva nulla: "L'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore". Questo era il cuore di Giobbe. Altro che la bugia di Satana.

E Dio—vorrei dire—ha voluto dimostrare a Satana che non era come diceva lui. Del resto, il Signore mise alla prova quest'uomo, che lui conosceva benissimo, e che non avrebbe ceduto. Allora da qui noi vediamo: Giobbe viveva per Dio, non per le sue ricchezze. Quindi era la giustizia di Giobbe, lo precedeva in tutte le cose che lui faceva. "Io ho fatto, ho fatto un patto con i miei occhi". È bello studiare la parola di Dio, il libro di Giobbe, per capire anche la sua purezza. "Ho fatto un patto con i miei occhi. Non ho posato gli occhi su una vergine". La purezza di quest'uomo. Perché il timore di Dio ci allontana dall'impianto, dalla menzogna, dall'orgoglio. E Giobbe era esattamente quell'uomo.

Quello che a me piace di quest'uomo è il fatto che, nell'insieme, lui ci insegna, durante il percorso della sua lettura, tante cose. E riguardo ai figli—dove io voglio fermarmi, e dove spesso mi fermo—tu vuoi crescere i tuoi figli? Adesso sono quelli che hanno

bambini piccoli, bambini un po' più grandi, ragazzi, adolescenti, e anche giovani. Dio ha benedetto non solo Giobbe. Ha benedetto la sua famiglia. E tutto ciò che lui aveva era tutta una benedizione. Quell'uno, quell'uno, quella persona che intercede, che prende il peso dei suoi figli—perché lui era prevenuto. Conosceva già la vita. Giobbe non era un santo nato santo. Aveva fatto certamente le sue esperienze. E sapeva che cosa significa essere giovane, stare insieme, non aver timore di Dio—quelle cose che con l'esperienza noi possiamo trasmettere ai nostri figli. Ma li dobbiamo capire. Anche perché, se noi prendiamo un bastone e diciamo "Non devi, non devi, non devi", è perché allo stesso tempo dimentichiamo quello che siamo stati.

Forse siamo stati troppo santi. Perché alcuni dicono: "Io sono stato sempre bravo. Io sono stato sempre bravo. I vicini di casa mi hanno detto che ero sempre bravo". Ho capito. Ma chi ti conosce? Dio, non i vicini di casa. Perché l'Eterno ha guardato a quello che tu avevi dentro. Il vicino di casa, o il parente, o la madre, o il padre, non sanno ciò che la parola di Dio dice riguarda al cuore dell'uomo.

Ma quando ci siamo convertiti—spero che tutti noi abbiamo ammesso ciò che dice Paolo: "Certa e sicura è questa parola, è degna di essere proclamata: che Cristo Gesù è morto per i peccatori". "Per il primo". Non è riferito a Paolo. È riferito a te che leggi. Se tu arrivi a conoscere la croce, ti ha rivelato che tu sei il primo dei peccatori. Non dirai più a nessuno: "Che sei stata una brava persona, una brava mamma, una brava figlia, una brava sorella, un bravo fratello". Non lo dirai. Perché è importante sapere che la croce ci trasmette esattamente quello che noi siamo nella natura, nella realtà.

I figli hanno bisogno di conoscere la sapienza di Dio. Hanno bisogno di genitori spirituali, non genitori di sentimenti, di emotività deboli nella carne, che hanno compassione dei figli. Dice: "Come fratello, ma bisogna avere compassione". Sì, come no. Però devi vedere se questa compassione viene dalla carne o viene dallo spirito. Perché allevare i figli—come Paolo ci insegna—nella disciplina prima, e nell'amore del Signore dopo, porta un grande frutto. Perché i frutti di quello che noi diamo ai nostri figli si vede in loro. Ma anche i frutti di quello che noi siamo.

È importante che i figli, quando crescono, si facciano un concetto di ciò che sono il papà e la mamma. E se lo faranno. E se lo fanno certamente un concetto. Perché man mano che crescono cresce anche la loro intelligenza. Cominciano a capire. Ma quando cominciano a capire che un genitore batte sulla parola, sulla verità, sulla santificazione, sul timore di Dio, cresci i figli in questa maniera. Allora tu poi non hai più bisogno di preoccuparti con ansia: "Che sta facendo mio figlio? Dov'è andato? Che cosa ha fatto?" Farai come ha fatto Giobbe. Questo sì. Non lo devi mai dimenticare. Giobbe presenta i sacrifici per i figli. Noi li portiamo sull'altare del Signore in preghiera. E ci preoccupiamo per loro, perché possano crescere nelle vie di Dio.

E non solo i nostri pargoletti, quelli piccolini, quelli bambini che crescono. No. Se io mi sarei fermato a quando i figli miei sono arrivati all'età della maturità—si dice 18 anni —"Adesso arrangiatevi. Andate avanti da soli. Non avete più bisogno nemmeno delle mie preghiere. Non avete bisogno del mio consiglio. Non avete più bisogno di me. Ormai siete grandi. Siete cresciuti". Ma pensate che i figli di Giobbe erano piccoli? Ognuno aveva la sua casa e la sua famiglia. Almeno io così leggo. Ognuno a casa sua invitava i suoi fratelli. Erano figli grandi. Ma come hanno risposto questi genitori a Giobbe? "Papà, basta. Ogni volta dobbiamo venire ci devi purificare, ci devi santificare, devi sacrificare per ognuno di noi? Siamo grandi, papà. Ormai non c'è bisogno che ci dici più queste cose". O non è così?

Dillo oggi a un ragazzo di 14 anni, 15 anni che comincia il primo superiore: "Papà, lo saccio. Sì, ma lo so che devo tornare presto a casa. Sì, ma non mi dire sempre le stesse cose". È l'umiltà quella che precede la gloria. Ma tutto dipende dall'esempio. Perché Giobbe era l'esempio per tutti questi figli. Era l'esempio per i suoi servi. Era l'esempio per i poveri. "Non ho fatto mai mancare il pane. Se non ho dato il latte delle mie capre a chi mi chiedeva quando si sedeva alla porta". La vita di Giobbe era una vita di santificazione. E la santificazione porta le sue conseguenze: una benedizione davanti agli occhi di Dio.

Perciò noi vediamo, fratelli, quanto sia importante soffermarsi un po' di più sulla parola di Dio. Domenica abbiamo sentito sull'integrità di quest'uomo e di altri esempi. Ma noi possiamo andare avanti sulla parola. Era integro. E poi c'è la parola "era retto", che si assomiglia quasi all'integrità. Magari non sarà uguale, altrimenti la Bibbia non le avrebbe citate. E poi dice: "temeva Dio". Quanto è importante il timore di Dio? Il principio della sapienza. Perciò dice: "e fuggiva il male". E fuggire il male è l'intelligenza. Questo è l'insegnamento di Giobbe. Questo è quello che noi ci dobbiamo fermare, fare un bagaglio per la nostra vita e pensare: "Ma io posso essere come Giobbe?

No, non è necessario. Ma è necessario che noi imitiamo questi uomini, perché erano uomini, non erano dèi. E se essendo uomini, possiamo dire ciò che Paolo diceva a Timoteo, al suo servo o al suo discepolo: di essere un esempio. Sì, un esempio per gli altri. Quando c'è timore di Dio nel nostro cuore—credetemi—è il principio di ogni cosa.

E per questo abbiamo bisogno di chiedere a Dio la grazia di fermarsi un po' di tempo in più. Capisco io tanti fratelli che, magari al contrario delle sorelle, devono andare al lavoro, devono andare presto, si devono alzare prima. Ma sapete quanto è importante che, col pensiero, "non posso uscire fuori dalla porta di casa mia se prima non ho cercato il Signore"? Se prima non ho preso tutto il nutrimento necessario per affrontare la giornata. E quindi Dio non pretende che tu stai 2 ore già la mattina davanti a lui, sapendo che alle 6 o alle 5 devi iniziare a lavorare, no.

Però è importante che quel poco di tempo che tu dai lo dai col cuore. Che cerchi il Signore col cuore. Che ti fermi anche su un tratto della parola. Che chiedi a Dio sinceramente di darti forza, rivelazione, di aprirti la mente e di comprendere quello che Dio, giorno dopo giorno, ti dà. Questo è importante, perché la mattina noi facciamo ogni giorno colazione, no? Così sembra. E quindi abbiamo bisogno di qualcosa di fresco ogni giorno.

È importante, fratelli, che noi—o genitori o figli che siamo, o fratelli—prendiamo a cuore questa testimonianza: non c'è sulla terra un uomo come lui. È importante che Dio abbia un concetto di ciò che siamo. Non si raggiungono certi obiettivi in un giorno. Il nostro cammino è impervio. La nostra via è stretta. È una corsa da ostacoli. Ma dobbiamo correre. Non possiamo rimanere con una mente passiva. No. Dobbiamo avere una mente rinnovata, una mente che cerca le cose di lassù, una mente che cerca l'essenziale. Questo è importante davanti agli occhi di Dio.

E allora vedrete. Dice la Scrittura: "Se io non vi apro le cateratte del cielo e vi verso su di voi tanta benedizione che non sapete nemmeno dove riporla". Vogliamo che Dio faccia grazia nel nostro cuore? Non per quello che lui ci può concedere, perché sapete che la conseguenza è: prima cercare il regno e la giustizia di Dio. Quello che faceva Giobbe. Le altre cose provvederà il Signore. Non siate in ansia per cosa alcuna. Per il vostro corpo —non dico soltanto di ciò che dovete vestire o ciò che dovete mangiare, ma anche per la salute, per l'aspetto della salute. Dio provvede anche a quello.

E a motivo di questo, già che abbiamo un grande Dio, come non dovremmo noi onorarlo, ubbidendo la sua parola, rispettando quelle che sono le sue leggi? O amarlo, mettendo nel nostro cuore un solo pensiero: quello di dire "Riempici della tua natura. Dacci grazia, perché possiamo essere—non pensare soltanto a noi stessi—ma perché possiamo essere una benedizione per gli altri". Perché Giobbe era una benedizione per i suoi figli, per sua moglie, per i suoi servi, per tanti che potevano essere nutriti. Perciò è importante per noi stimare gli altri più di noi stessi. Quando uno stima se stesso più degli altri, è pieno di orgoglio. Ma quando uno stima gli altri più di se stessi, vuol dire che lui si rende più umile, più sottomesso, si abbassa un po' di più. E quelli sono gli uomini e le donne che Dio innalza. Perché questo è importante davanti agli occhi del Signore: che noi possiamo ricevere da Dio ogni benedizione spirituale. Ma Dio al primo posto. Amen, amen.